Cosa c’è di mai visto e sentito nella vita di Chiara Ferragni da mettere in un documentario? Praticamente un bel nulla. Chiara Ferragni – Unposted è il vero pacco rigorosamente laccato e social di Venezia 76. Va bene che la collocazione è nella sezione Sconfini, ma almeno il limite della spudorata agiografia poteva essere rispettato. Megaspot gratuito sull’impero Ferragni con grafici dei fatturati stile Bloomberg, specchio idolatrante da ritratto devozionale alla Kim Jong-un, Chiara Ferragni – Unposted di Elisa Amoruso vive di spontaneità e autenticità come Superman con la kryptonite.

Attendevamo retroscena, filmati nascosti, dichiarazioni sconvolgenti. Registriamo, invece, sfilate di moda, abiti colorati, tacchi, felpe, borse, carrozzine, bacini, trullaleri e trullalà. E badate bene, non è che dove non c’è spessore non c’è niente da filmare, anzi. Semmai è l’idea di autocelebrazione che sta alla base di Unposted a pesare come un macigno. Non attendetevi dunque un occhio intrusivo. La cinecamera della Amoruso (nel 2013 girò pure una cosina in modo un po’ più naturale che si intitolava Fuoristrada sul tema transgender) è mero click sul tasto Rec al servizio della venerazione individuale. Le prime sequenze sembravano oltretutto promettere bene. Una cascata di filmati amatoriali della famiglia Ferragni – girava rigorosamente mamma Marina – a recuperare l’originario nocciolo familiare, poi crepato, per esplorare una presunta giovinezza della piccola Chiara.

Solo che l’interazione degli home movies con il resto della cosiddetta “trama” rasenta il grado zero della creatività, facendosi subito fonte invadente e imprecisa come per quelle testimonianze video propinate ingiustamente da qualche lontano amico al ritorno dalle vacanze. Perché la rumba di Unposted è il bit da click social. Bisogna correre dove il tapis roulant degli allori, delle conquiste, delle riuscite economico professionali va a mille all’ora. Senza mai fermarsi a riflettere un secondo, senza mai addentrarsi in particolari. Tanto che la sequenza più lunga senza tagli di montaggio (saranno una quindicina di secondi) è quando la Ferragni viene riconosciuta dietro una porta da una sua fan. La ragazza ha come una crisi isterica e va in ipoventilazione, senza riuscire nemmeno più a chiederle il classico selfie. Allora è proprio la influencer cremonese ad imporglielo con il suo classico meraviglioso sorriso mentre la ragazza si sta afflosciando per terra come un sacco di patate. John Holmes una vita per il cinema, cantava Elio. Chiara Ferragni una vita per i selfie e a favore di social, filma la Amoruso.

Risparmiandovi le pleonastiche testimonianze didascaliche a freddo di semidee della moda e della finanza (“lei è bravissima”, “l’ha saputo fare meglio di altri”), e prima che il racconto biografico acceleri verso l’incontro con Fedez e le scene dal loro matrimonio, il cuore autoironico (speriamo) dell’ascesa ferragniana viene spiegata in un paio di considerazioni di ospiti parlanti, dei quali francamente non ricordiamo il cognome, accigliati come ad una sessione d’esami di scienze della comunicazione. Ce n’è una alla Guy Debord (“con la Ferragni non c’è più differenza tra spettatore e spettacolo”) e un’altra alla Marshall McLuhan (“lei è il suo mezzo”). Quando poi dopo l’ubriacatura della vita di coppia Ferragnez, che obiettivamente assume i toni del realismo ben più sul web che nel documentario, ecco il colpo di coda con il ritorno verso i filmati familiari all’affannosa ricerca di misteri familiari che non sbucano mai (nemmeno si accenna alla separazione dei genitori, figuriamoci) e Chiara che candida che afferma: “sogno spesso di cadere nel vuoto”. Una nota positiva però c’è: Fedez appare (pochino) come giocoso guascone sempre in vena di battute spontanee (unica sequenza alla Michael Moore è quella davanti alla casa dei cani di Paris Hilton, per dire, con Fedez che chiede se pagano l’IMU).

Per carità, il cinema è già morto, ma un “documentario” così terribilmente e noiosamente programmatico che ci sta a fare qui al Festival di Venezia? Mica è per dare lezioni. Solo un consiglio. Sappiamo che il Mibact e le film commission vogliono sempre le sceneggiature già pronte dei documentari, ma documentaristi di tutto il mondo, i vostri lavori non vanno scritti prima, dovete girare all’istante, catturare, scoprire, farvi stupire da chi o da cosa avete davanti alla cinepresa. Altrimenti sono quelle che Piero Chiambretti chiamava “markette”. Come se i Ferragnez ne avessero bisogno.

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