Il ministro Matteo Salvini ha ripetuto spesso, anche dopo l’apertura della crisi politica, che non direbbe mai niente di male del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dell’altro vicepremier Luigi Di Maio. Ora, dieci giorni dopo, le cose sono forse un po’ cambiate. Ma non c’è bisogno di dire “qualcosa di male” quando sono sufficienti gli atti politici, tutti espressione di tentativi di sfondamento, di deviazione dagli accordi, di principi di lealtà traditi, fino all’invasione delle sfere di competenza degli altri ministeri, se non all’insulto travestito da battutina. Atti politici: il voltafaccia senza motivi apparenti se non un tornaconto personale, la continua retorica di un governo che non va avanti, l’uso strumentale degli alleati per i suoi provvedimenti fatti quasi per intero di propaganda, cioè i decreti Sicurezza e la legittima difesa, leggi che producono poca roba in concreto, solo molta burocrazia, come suggerisce l’ultima pronuncia del Tar sulla Open Arms. Altro che “amici Cinquestelle”, come Salvini – non si capisce se per beffa o per dileggio – ha chiamato i colleghi senatori nell’aula di Palazzo Madama nel giorno del voto sul calendario sul quale è stato sconfitto e da cui ora pare spaventato.

E’ comprensibile che il M5s in questo momento sia un po’ groggy. Il movimento si era fidato dell’uomo tutto di un pezzo, scoprendo però di che pezzo si trattava. Beppe Grillo solo 17 mesi fa certificava che “Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, che è una cosa rara”. Invece se c’è una cosa che Salvini ha fatto è stato proprio non mantenere la parola, neppure sottoposta ai vincoli di un contratto. Per questo è giustificabile che i Cinquestelle siano ora paralizzati dal trauma. E’ un sentimento molto simile a quando uno scopre di essere stato tradito o di essere stato truffato: prima della rabbia nei confronti del traditore o del truffatore, c’è l’imbarazzo, la vergogna di non averlo capito prima. Per recuperare servirà tempo, anche se i dieci giorni già passati forse possono suggerire un pelo di decisione in più.

Nel frattempo, tuttavia, un bastone a cui appoggiarsi il M5s l’ha trovato da tempo. La forza flessibile del presidente del Consiglio, il leader di governo più popolare stando ai sondaggi, è stata una sorpresa per chi lo ha accolto con scetticismo un anno prima, con quel discorso per la fiducia al Senato (nel giugno 2018) che dava l’impressione solo di voler tenere insieme le mele con le pere, cioè il populismo della Lega con quello dei Cinquestelle, parecchio diversi tra loro, tentando di non scontentare nemmeno le opposizioni di destra e di sinistra.

Forza flessibile, con lo stile piacione che ha conquistato parte dell’opinione pubblica, uscita fuori (finalmente) in questi giorni di crisi, e della quale fa da esempio la lettera aperta con cui ha accusato di slealtà ripetuta il suo ministro dell’Interno.

“Se davvero vogliamo proteggere i nostri ‘interessi nazionali’, non possiamo limitarci a esibire posizioni di assoluta intransigenza”, ha scritto Conte sulla questione dei flussi migratori e sulla Open Arms lasciata senza motivo fuori dal porto di Lampedusa. Senza motivo: Conte ha già trovato l’accordo per redistribuire le 130 persone salvate in mare in 6 Paesi europei, Spagna compresa (visto che i sovranisti ricordano che la nave ong batte bandiera spagnola). Conte in quella lettera dice anche di aver sempre agito in modo da rispettare la dignità umana. Non è questo il momento per discutere se è vero (c’è chi potrebbe dire che poteva farlo più apertamente e con più forza).

Però proprio per chi, come per il capo del governo, la politica non è potere ma responsabilità, può essere il momento per mettere quella lettera in pratica. Dia lui l’autorizzazione al prefetto per far entrare la nave in porto, che possa o no formalmente, metta fine a questa vicenda che non ha più un senso se non per i sondaggi della Lega. L’etichetta è saltata, non c’è più niente da salvare, né i rapporti politici né quelli personali: Salvini ha già detto che la maggioranza non c’è più, gli ha già dato del bugiardo, ha già sconfessato le sue scelte in Europa (come il voto alla Von Der Leyen), voleva sfiduciarlo prima di Ferragosto (era esattamente su questo il voto del Senato) e non ha mai ritirato la mozione. Cosa c’è da aspettare ancora? Passi dalle parole ai fatti. Non deve scendere al livello verbale del suo vice leghista, ma è il momento degli atti politici con cui colui che vorrebbe pieni poteri scoprirà cosa vuol dire la grammatica istituzionale che lui, il prof di Diritto privato, ha cercato di insegnargli invano (come lui ha raccontato) in questi 14 mesi. Il tempo è ora.

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