In questi giorni sui giornali si parla di gesti folli per definire l’omicidio del carabiniere Cerciello, le stragi in Usa, l’automobilista che sperona due ragazzi in motocicletta, il lancio di un cassonetto da una scogliera e i furti col peperoncino, sfociati nella strage di Corinaldo.

Dobbiamo ribadire, come operatori della psicologia, che tutti questi eventi, a quello che si sa, sono stati compiuti da persone “normali” da un punto di vista psichiatrico. La malattia mentale non c’entra nulla. Le persone che soffrono di disturbi psichici sono più facilmente vittime che carnefici.

Come afferma la società italiana di psichiatria il 95% dei reati violenti in Italia viene compiuto da persone normali mentre coloro che soffrono di malattie psichiatriche sono dal 20 al 30% della popolazione. I reati violenti ci sono sempre stati, ma quello che ci colpisce in queste vicende è la futilità delle motivazioni.

La “follia” che percepiamo è la mancanza di un nesso di ragionevolezza fra la motivazione e il comportamento criminoso. Un carabiniere mi dice: “Guardi Dottore che là fuori basta un nonnulla per scatenare delle rabbie incontrollate”. Lui stesso è stato oggetto di aggressione da parte dei familiari di una persona che era ubriaca alla guida.

La sensazione che la rabbia sociale sia in aumento traspare dai social dove le persone esprimono senza ritegno e vergogna pensieri che fino a pochi anni orsono sarebbero stati avvertiti come riprovevoli. Non frequento molto i social ma ogni tanto, quando mi ci inoltro, noto che ci sono amici stimabili sul piano personale che postano con rabbia e continuità contro i loro “avversari”. Recentemente mi ha colpito un individuo che ha scritto la spregevole frase che preferisce che tutti i bambini migranti muoiano affogati perché prima vengono i bambini italiani.

In epoca di sovranismo vengono prima quelli della mia nazione rispetto al resto dell’Umanità. Ma a quel punto, per logica, vengono prima quelli del mio paese e poi ci sono Io prima di tutti gli altri. In assoluto questo concetto ha una parte di verità, ma si dovrebbe mitigare col l’idea che è possibile condividere e che l’unione degli intenti porta maggiori frutti che la contrapposizione. Se invece ogni bisogno che mi riguarda, in un sovranismo psicologico esasperato, viene anni luce prima dei bisogni degli altri, ecco che costoro sono solo intralci o oggetti da utilizzare.

Se il mio Io vuole del denaro, rubare catenine nella calca creata col peperoncino è prioritario. E chi se ne frega se muoiono persone. Un pensiero di riprovazione va speso per alcune trasmissioni televisive che aizzano i personaggi pagati alla bisogna ad accapigliarsi con invettive, urla e in qualche caso violenza fisica. Lo fanno per aumentare l’audience e per lanciare meglio il messaggio pubblicitario. Se il telespettatore guarda queste “schifezze” viene stimolato a provare rabbia, visto che c’è sempre un avversario contro cui scatenare il rancore.

Le pubblicità con le strade senza traffico in cui l’auto corre veloce, le mogli che producono fragranti biscotti e uomini e donne bellissimi che ci sorridono offrono un’oasi di pace. Questo permette al messaggio pubblicitario di incunearsi meglio dentro di noi perché associato a un poco di quiete in un mare tempestoso di rabbia indotta artificialmente. Come naufraghi ci attacchiamo allo spot.

Non voglio affermare che ci sia una correlazione diretta fra meccanismi della pubblicità, sovranismo, rabbia sociale e gli eventi criminosi. I crimini, come dicevo prima, ci sono sempre stati. Ritengo però che un certo modo di concepire i dibattiti pubblici e le diverse ragioni che legittimamente vengono espresse nell’agone delle discussioni su eventi sociali o politici possa fungere da incubatrice per la follia di una rabbia che si esprime senza una ragione.

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