Anche San Gennaro è vittima di una fake news. Del suo sangue prodigioso che si scioglie tre volte l’anno esiste, infatti, una replica ovviamente falsa. A svelare questa e tante altre curiosità è Marco Perillo, giornalista de Il Mattino, nel suo libro Storie segrete della storia di Napoli. Misteri irrisolti, curiosità e leggende di oltre duemila anni vissuti all’ombra del Vesuvio (Newton Compton Editori). Sfogliando le pagine del volume si trova davvero di tutto. A partire proprio da San Gennaro e dalla replica del suo sangue.

L’autore racconta che “all’interno dell’incantevole chiesa di San Vincenzo de’ Paoli, nel cuore del borgo dei Vergini, si trova una cappella di architettura vanvitelliana. Qui, raccolte dentro teche e ostensori in legno dorato e intarsiato, si possono ammirare diverse reliquie appartenenti ai martiri locali. Tra tutte, a stuzzicare la curiosità, vi è un’ampolla contenente del liquido scarlatto, corredata di autentica vescovile. C’è scritto che si tratta del sangue del martire patrono, donato ai padri missionari nel 1793. Si resta rapiti – annota Perillo – e anche un po’ dubbiosi. È possibile che a Napoli esista una terza ampolla col prodigioso plasma di San Gennaro? Sì, se ipotizziamo che quando re Carlo andò via portò con sé in Spagna parte del sangue del vescovo di Benevento, raccolto in un’altra ampolla. Che sia davvero quella esposta ai vincenziani, restituita a Napoli dopo la morte del sovrano? Possibile, sì”.

Ma il giornalista non è troppo convinto. “Eppure – scrive Perillo – rimuginando su quel periodo, una suggestione lambicca la mente. Perché proprio in quegli anni Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, fautore del celebre Cristo velato, conoscitore e continuatore delle tradizioni segrete, da abile alchimista qual era riprodusse in laboratorio proprio il sangue del santo patrono. Ebbene sì; riuscì a ottenerlo con un amalgama di mercurio, stagno e bismuto. Il risultato fu sorprendente; il liquido e il colore erano pressoché gli stessi del plasma coagulato. Tale impasto, inoltre, a contatto col mercurio fluido rilasciato in un’ampolla, riproduceva con successo il prodigio della liquefazione. Soltanto un genio come lui poteva riuscirci”.

Ciò che fece il principe di Sansevero non è, però, inedito. “Nel corso dei secoli, – ricorda Perillo – centinaia furono i tentativi di replicare quel che al ‘principe diavolo’, così chiamato per le sue segrete passioni, riuscì. Eppure tutti fallirono. Nessuno è mai stato in grado di arrivare ai livelli di colui che fu il primo gran maestro della massoneria in Italia, studioso ante litteram del corpo umano e del sistema circolatorio – le notorie macchine anatomiche – e, udite udite, anch’egli membro dell’Eccellentissima Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e Cavaliere del Real Ordine”.

Ovviamente della falsa riproduzione del sangue di San Gennaro fu informato il Vaticano. Il nunzio apostolico di Napoli denunciò quel miscuglio blasfemo che era stato realizzato. “‘Con sommo segreto mi è stato confidato che il Principe di Sansevero abbia composta una certa materia simile al sangue di San Gennaro, e che secondo l’intemperie dell’aria comparisce di fare gli stessi effetti’, scrive il nunzio apostolico Lucio Gualtieri in una lettera datata 18 maggio 1751, senza immaginare – evidenzia Perillo – che l’unica ambizione di quel nobile sperimentatore era quella di verificare ‘una pura ipotesi di fisica’, ovvero che una sostanza potesse in determinate circostanze sciogliersi e nuovamente coagularsi, senza voler per questo insinuare che all’interno delle vere ampolle del martire si verificasse lo stesso fenomeno riprodotto artificialmente. Ogni tipo di spiegazione non bastò a placare le ire ecclesiastiche”.

Del resto sul sangue di San Gennaro non solo si è scritto tanto, ma sono state fatte anche tante analisi scientifiche molto scrupolose. L’ultima risale al 1988 quando, per volontà dell’allora cardinale arcivescovo di Napoli Michele Giordano, lo scienziato Pier Luigi Baima Bollone effettuò una spettroscopia con uno strumento dotato di macchina fotografica sulla teca contenente ciò che viene ritenuto il sangue autentico del patrono partenopeo. Dall’analisi della sostanza, esaminata allo stato fluido, emerse la presenza di emoglobina e di suoi prodotti di degradazione. “Questo risultato – scrisse lo scienziato – non prova con assoluta certezza la presenza di sangue ma porta ragionevolmente a escludere che si tratti di materiale di diversa natura. Tutti questi riscontri convergono alla conclusione che la vicenda di San Gennaro sia una precisa realtà storica”. Nonostante i falsi.

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