La suggestione è forte. Trovare conferma topografica di notizie dell’epica classica. Riconoscere il luogo nel quale l’autore dell’Odissea colloca uno degli episodi che hanno per protagonisti Ulisse e Circe, “Diva terribile, dal crespo crine, e dal dolce canto”. L’eroe acheo, in una delle sue quasi infinite avventure, seguendo il suggerimento della maga, corre alla nave che aveva lasciata in rada lungo il promontorio laziale e la tira in secco, nascondendo “nelle cave grotte, le ricchezze e gli arnesi”. Archeologi e speleologi da sempre perlustrano il litorale del Circeo alla ricerca di quella grotta. Alla ricerca di tracce che ne permettano l’identificazione, certa, tra le diverse cavità esistenti.

Come la Grotta della Maga Circe, la Grotta delle Capre, la Grotta del Fossellone-Gotta Elena, la Grotta sommersa di Cala dell’Alabastro o Grotta delle Corvine, e, soprattutto, la Grotta Spaccata di Torre Paola-Antro Padula. Solo congetture, finora. L’équipe di ricercatori dell’Associazione Centro Ricerche Speleo-Archeologiche Sotterranei di Roma, l’avrebbe individuata quella grotta, come racconta Laura Larcan su il Messaggero.it.

Gli archeo-speleologi, dopo perlustrazioni accurate nell’ambito di un progetto di indagine, supportato dal Parco Nazionale del Circeo, non avrebbero più dubbi. Sarebbe proprio la Grotta Spaccata di Torre Paola la fenditura carsica descritta nell’Odissea. Alessandro Paoli, Riccardo Paolucci e Riccardo Ribacchi sono partiti da lontano. Hanno navigato in direzione della fenditura. “Una cavità impressionante che squarcia la falesia come un enorme fulmine pietrificato, proprio a ridosso della fortificazione costiera edificata nel Cinquecento”, racconta Lorenzo Grassi, il ricercatore che ha avuto l’intuizione di inoltrarsi in quella grotta. Che era tutt’altro che ignota. Un po’ per le sue caratteristiche morfologiche, un po’ per la sua posizione. Poi si sono arrampicati fino a giungere all’ingresso della galleria che dava accesso ad un grande “salone.”

“Addentrandoci nelle oscure viscere della montagna, siamo riusciti a documentare quelle che con ogni evidenza sembrano essere le “cave grotte”, sostiene Grassi. Completa coincidenza con la descrizione omerica. Ma anche con la cartografia ottocentesca, in particolare con la Carta del Monte Circeo e Circondari di S. Felice, di Giovanni Battista Cipriani. Nessuna inconciliabilità con la quota alla quale è stata identificata la grotta. Di dimensioni considerevoli. Un volume complessivo di 30mila metri cubi, risultato di una lunghezza di 40 metri per una altezza massima di 25 metri. “Anche considerando il livello del Mediterraneo all’epoca del viaggio di Ulisse risulta possibile il ricovero delle navi e c’erano vasti ambienti ipogei dove poter mettere i carichi al sicuro”, afferma Grassi. Il puzzle sembrerebbe ricomposto. La notizia, una di quelle che suscita grande soddisfazione. A ragione. Ma una qualche cautela è d’obbligo, ancora.

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