Dai conflitti di interesse di chi decide della vita di migliaia di bambini, fino all’assenza di dati e informazioni sui minorenni separati dalle famiglie di origine. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia), dopo aver condotto un’analisi, ha inviato una serie di indicazioni in materia chiamando in causa, tra gli altri, Parlamento, Governo, Regioni, Comuni e attori oggi coinvolti nella rete, dalla magistratura agli assistenti sociali. Gli ultimi dati ufficiali disponibili sul sistema degli affidi di minori sono quelli di un’indagine del ministero delle Lavoro e delle Politiche Sociali di quasi nove anni fa. Al 31 dicembre 2010 i minorenni coinvolti erano 39.698, il 24 per cento in più rispetto a 10 anni prima. Nel 2013 Federcontribuenti sottolineava le differenze tra i dati sugli affidi nel nostro Paese e quelli di Germania e Francia, fermi rispettivamente a 8mila e 7.700 casi. Il tema è tornato alla ribalta negli ultimi tempi con l’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ sugli affidi in provincia di Reggio Emilia, caso noto alle cronache come “sistema Bibbiano“. Le raccomandazioni dell’Autorità garante per l’infanzia arrivano dopo un lavoro di approfondimento sul sistema della tutela minorile e sui procedimenti in materia di responsabilità genitoriale in Italia, condotto anche attraverso consultazioni con istituzioni, Csm, magistrati, ordini professionali, Anci, associazioni e ragazzi neomaggiorenni che hanno vissuto l’esperienza fuori famiglia.

MANCA UN SISTEMA INFORMATIVO UNITARIO – Tra le principali carenze dell’istituto regolato in Italia dalla legge 184 del 1983 poi modificata dalla 149 del 2001, secondo il presidente dell’Agia, Filomena Albano, c’è la mancanza in Italia di “un sistema informativo unitario che ci dica quanti minorenni sono collocati fuori dalla famiglia di origine, la ragione per la quale sono collocati, se il minorenne va in una struttura di accoglienza o in affido e se cambia il collocamento”. Per questo al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali l’Autorità garante chiede “l’istituzione di un sistema informativo unitario costituito da tre banche dati: una per monitorare il numero e le caratteristiche dei minorenni fuori famiglia, le tipologie del percorso di accoglienza, i tempi e le modalità di uscita, un’altra il numero e le tipologie delle strutture di accoglienza e, un’ultima, relativa agli affidatari”. Agli enti locali viene, invece, chiesto di assicurare una tempestiva e un’adeguata ‘presa in carico’ delle famiglie in difficoltà. L’obiettivo è quelli di “promuovere la genitorialità e prevenire gli allontanamenti e, se l’allontanamento si rende necessario, un adeguato monitoraggio del percorso per il recupero delle competenze genitoriali”.

LA RESPONSABILITÀ GENITORIALE – La parte più cospicua delle raccomandazioni al legislatore riguarda i procedimenti in materia di responsabilità genitoriale, ad oggi disciplinati da poche norme. Non solo. La loro applicazione registra differenze molto nette da un tribunale all’altro. Secondo l’Autorità va disciplinata, ad esempio, “la fase di indagini del pubblico ministero minorile rafforzando la sua funzione di filtro, per evitare che arrivino in tribunale procedimenti che si rivelino poi ingiustificati”. Allo stesso tempo, vanno garantiti il diritto alle informazioni delle parti, quello “alla difesa tecnica dei genitori, anche con la nomina obbligatoria di un difensore d’ufficio in caso in cui manchi quello di fiducia” e la nomina di un curatore speciale e di un avvocato del minorenne. Altro tema dolente è quello dei contraddittori. “Va regolamentata la fase istruttoria in modo da garantire il rispetto del principio del contraddittorio” e, nei casi di provvedimenti di allontanamento adottati d’urgenza “vanno previsti tempi celeri per assicurare il contraddittorio differito e va riformato l’articolo 403 introducendo una procedura di convalida del provvedimento”.

L’IMPUGNABILITÀ DEI PROVVEDIMENTI – Contrariamente a quanto avviene per l’adozione, l’affido è una misura temporanea che, tra l’altro, non prevede un distacco totale tra il minore e la famiglia d’origine (con alcune eccezioni). Il problema è che, essendo provvisorio, anche se dura anni non può essere oggetto di una richiesta d’appello. Su questo controverso punto è intervenuta l’Agia, secondo cui la decisione che porta all’allontanamento deve essere “adeguatamente motivata e circostanziata” e deve indicare “chiaramente chi deve eseguirla e le modalità e i tempi di attuazione. “Va assicurata – spiega l’Autorità – l’impugnabilità dei provvedimenti, anche se temporanei e la decisione sull’impugnativa in tempi certi e brevi”. Altra indicazione: ridefinire i criteri e gli obiettivi dei controlli e delle ispezioni da parte delle procure.

TRASPARENZA E INCOMPATIBILITÀ – La trasparenza nell’individuazione degli affidatari o della struttura residenziale di accoglienza è un tema del quale, dopo il caso di Bibbiano, si è molto discusso. Nel marzo 2015, un’inchiesta di Panorama ha rivelato che nei 291 fra Tribunali per i minorenni italiani e Corti d’appello minorili, su un migliaio di magistrati onorari (i collegi giudicanti dovrebbero essere formati, per legge, da due togati e da due onorari), ben 156 giudici onorari nei Tribunali, più 55 nelle Corti d’appello, operavano in pieno conflitto d’interessi. Parliamo di psicologi, medici, sociologi, assistenti sociali, che erano anche dipendenti o soci o persino consiglieri delle stesse strutture a cui venivano affidati i bambini sottratti alle famiglie d’origine. Pochi mesi dopo il Consiglio Superiore della Magistratura ha diramato una circolare, in realtà rimasta solo sulla carta. Ad oltre quattro anni di distanza, l’Autorità si trova ancora costretta a mettere nero su bianco che, da un lato, occorre “disciplinare il regime delle incompatibilità dei giudici onorari e dei loro stretti congiunti rispetto a incarichi che potrebbero pregiudicarne i profili di necessaria imparzialità e indipendenza” e dall’altro che “vanno differenziati i soggetti a cui sono demandati compiti valutativi, esecutivi e di controllo dei provvedimenti da quelli chiamati a prendere in carico minorenni e famiglie”.

LA DENUNCIA INASCOLTATA – Questo perché, nonostante inchieste e denunce, poco o nulla è cambiato. Eppure l’ex giudice togato, oggi avvocato, Francesco Morcavallo, aveva già segnalato  insieme ad altri colleghi (anche al Csm) alcune presunte anomalie, ad esempio sul fronte dei conflitti di interesse al Tribunale dei minorenni di Bologna, dove ha lavorato da settembre 2009 a maggio 2013. Fu raggiunto da un provvedimento cautelare disciplinare del Csm e poi trasferito a Modena, come giudice del lavoro. Fino a quando nel 2011 la Cassazione ha annullato quella decisione. Un’esperienza, la sua, che lo ha portato in una recente intervista a Panorama a definire il sistema come “il più osceno business italiano”. Sul quale, a oggi, è prevista qualche timida modifica proprio riguardo al regime delle incompatibilità nel disegno di legge di riforma della magistratura approvato dal Consiglio dei Ministri. Nel frattempo, riguardo al business, l’Autorità garante invita il Ministero del lavoro e delle politiche sociali a “elaborate linee di indirizzo per la definizione di un tariffario nazionale relativo ai costi dai servizi offerti dalle strutture e di un tariffario nazionale relativo ai costi dei rimborsi agli affidatari”. Una battaglia che si preannuncia dura.

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