Un anno dopo. 6 luglio 2008. Per molti la miglior partita di tutti i tempi. Sicuramente la finale che rappresenta il primo picco più alto – seguito quasi un decennio dopo dalla finale degli Australian Open 2017 – della rivalità tra lo svizzero e lo spagnolo. Che per la prima volta entra a far parte dei soci dell’All England Club.

Fino a domenica 14 luglio 2019 è stata la finale più lunga nella storia del torneo londinese: quattro ore e 47 minuti. Se un anno prima il maiorchino aveva spinto Federer fino al quinto set, nel 2008 arriva la destituzione del re e il ritorno di uno spagnolo sul trono di Wimbledon. Una caduta quella dello svizzero figlia non solo di un Nadal oltre ogni limite – e di un condizionamento psicologico già esistente della testa del basilese – ma anche di una stagione che ha visto Federer vincere appena due titoli, per giunta minori (Estoril e Halle), e cedere come mai in carriera al Roland Garros, sempre contro Nadal: 6-1 6-3 6-0. La sua sconfitta più pesante all’ultimo atto di un Major ancora oggi.

In quel pomeriggio tutto contribuisce a rendere mitica la partita: tre interruzioni per pioggia, la conclusione con l’oscurità, la rimonta di Federer da due set a zero, il tie-break del quarto set con due match point annullati a Nadal. Sembra di rivedere Borg-McEnroe del 1980. Alla fine è molto meglio. Un’analogia, quella con la sfida tra lo svedese e l’americano di 28 anni prima, che racchiude un finale diverso e uguale allo stesso tempo. La vittoria di Nadal fu il successo di un giocatore da fondocampo (come Borg) ma anche il trionfo del giocatore sfavorito alla vigilia (come non capitò con McEnroe). Il diritto che Federer affossa a rete è l’inizio di una nuova storia. L’anticamera di un nuovo numero uno. La fine della dittatura e l’inizio di un’oligarchia tennistica su tutto il circuito Atp. Un’oligarchia che non sembra avere fine.

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