Un episodio, uno di molti, che ci dovrebbe fare riflettere su come la società attuale si stia sfaldando. Due studentesse di Brescia sono state avvicinate in strada nella zona della Stazione, seguite e poi aggredite da un 24enne nigeriano, per fortuna subito arrestato. La violenza va punita, sia ben chiaro, indipendentemente dalla provenienza. Non c’è nessuna giustificazione culturale o sociale che possa essere addotta per ridurre la colpa di chi stupra. Visto che, peraltro, la violenza sessuale non è ammessa nemmeno nei paesi di origine di molti stranieri.

Lasciando che la giustizia faccia il suo corso, ciò che preoccupa è l’altra faccia della medaglia. Le due ragazze hanno detto di essere rimaste sconvolte dal fatto, che nessuno abbia risposto alle loro richieste di aiuto. “Un automobilista si è fermato, ma poi è ripartito, abbiamo suonato i citofoni di alcune case ma nessuno ci ha aperto, i taxi ci hanno chiesto 30 euro per fare pochi chilometri e nonostante urlassimo mi sono dovuta gettare su un cofano di un’auto per far intervenire qualcuno e sfuggire all’uomo che tentava di spogliarmi” ha raccontato una delle due vittime.

Cosa siamo diventati? Ha allora ragione Papa Francesco a parlare di “globalizzazione dell’indifferenza”? Dove è finito il nostro senso di comunità? “Comunità” è una parola che sembra venire dal passato, che evoca calore, intimità, conoscenza, capacità di stare assieme. Ma non è semplice costruire una comunità: occorre una volontà continua di convivere, di negoziare quotidianamente con gli altri, di mantenere vive le relazioni. Una comunità è un progetto comune a cui occorre credere affinché continui a vivere. Una delle sue caratteristiche è che nessuno dei suoi membri è un estraneo. Possiamo dire che la comunità, piuttosto che un meccanismo di integrazione sia uno strumento per l’integrazione.

Qualcosa ha iniziato a perdersi nelle città, le cui dimensioni sono tali da non essere più comprese come orizzonte unico, rassicurante e creano vertigine, spaesamento. Il modello di vita urbano comporta una frammentazione del tempo e dello spazio. L’accelerazione porta a mutamenti rapidi del paesaggio, i punti di riferimento cambiano spesso prima che noi riusciamo a metabolizzarli. La velocità riduce anche la possibilità di dare vita a legami profondi. Da qualche decennio, infine, l’avvento della Rete e soprattutto la diffusione di tablet e smartphone portatili ha portato a una perenne connessione, da cui deriva un’alienazione rispetto a luoghi e persone. Si è ovunque e in nessun posto e le persone in carne e ossa sono spesso sostituite dalla loro immagine sullo schermo. Le conversazioni si sono spostate più sulle chat che nel faccia a faccia, il numero di contatti aumenta e il rischio di perdersi in una moltitudine solitaria è forte.

Il tutto all’ombra di un vento identitario, che sembra però dividere – ma incapace di unire. Viviamo un’epoca decisamente improntata alla separazione, che però non crea legami, non ci fa sentire più uniti. Chiusi ciascuno nel suo guscio, con gli occhi fissi allo schermo dello smartphone (o a quello del tassametro nel caso di Brescia), pronti a rispondere al minimo squillo di un messaggio, diventiamo sordi al grido di aiuto di due ragazzine, lasciate sole nelle mani di un carnefice. Abbandonate.

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