Giuseppe Conte parlerà con Angela Merkel di Carola Rackete? La domanda sorge spontanea visto che il premier italiano incontrerà la cancelliera tedesca nelle prossime ore, a margine del vertice sulle nomine europee. Un faccia a faccia che arriva proprio nello stesso momento in cui la comandante della Sea Watch è agli arresti domiciliari a Lampedusa dopo aver violato l’alt della Guardia di Finanza ed essere entrata nel porto dell’isola siciliana schiacciando una motovedetta delle Fiamme Gialle nel tentativo di arrivare in banchina. Alla domanda diretta, però, il presidente del consiglio ha risposto citando il caso Thyssen. “Se parlerò con Merkel di Carola Raketa? Io personalmente ho poco da dire al riguardo: se la Merkel mi parlerà non lo so, ma potrebbe essere l’occasione per chiedere a che punto è la Germania con l’esecuzione della pena dei due manager della Von Thyssen che sono stati condannati in Italia dopo regolare processo che si è esaurito in tutti i gradi di giudizio”, ha detto Conte arrivando a Bruxelles. Il riferimento è per Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, condannati in via definitiva in Italia per l’incendio nello stabilimento piemontese della Thyssenkrupp del dicembre del 2007:  sette gli operai morti. I due devono scontare rispettivamente 9 anni e 8 mesi e 6 anni e 10 mesi: il provvedimento non sarà eseguito prima di una pronuncia della Corte di appello di Hamm, alla quale si sono rivolte le difese nel febbraio scorso.

Conte: “Disobbedienza civile? No è stato ricatto politico” – Carola Rakete, invece, è attualmente ai domiciliari dopo aver forzato il blocco della motovedetta per condurre in porto la nave dell’ong Sea Watch con a bordo 40 migranti. La procura di Agrigento accusa la capitana di nazionalità tedesca di resistenza a una nave da guerra (articolo 1100 del codice della navigazione, pena che va dai 3 ai 10 anni) e tentato naufragio (articoli 110 e 428 del codice penale, sanzionato con una pena che va dai 5 ai 12 anni). Il dibattito sulla capitana Sea Watch, ricostruisce il premier Conte, sollecita in Italia “tanti coinvolgimenti. Qualcuno la descrive come una eroina, alcuni la stanno aggredendo verbalmente e insultando. Io non appartengo né al partito degli uni né degli altri. Mi pare scorretto aggredirla verbalmente perché ci sono dei giudici che se ne stanno occupando e avrà un regolare trattamento giudiziario”. Già stamattina il presidente del consiglio aveva detto che sul caso Sea Watch “le leggi ci sono, che piaccia o non piaccia”. Arrivato a Bruxelles dopo il G20 di Osaka ha aggiunto: “Non evocherei la disobbedienza civile perché per dirla in modo molto diretto e franco vedo un ricatto politico compiuto scientemente e deliberatamente attraverso l’utilizzo strumentale della vita di 40 persone. Stazionare per 15 giorni nelle nostre acque quando era chiara la posizione del governo italiano e del Paese Italia, creare una situazione di grave pericolo per l’incolumità di quelle persone e di sofferenza, quando invece nel Mediterraneo si potevano raggiungere tanti altri porti mi pare un ricatto politico, una battaglia personale. Ma io se sono un eroe le battaglie personali le combatto su me stesso, non coinvolgendo quaranta persone innocenti”. 

Salvini: “Steinmeier si occupi di Germania” – Quella di Conte, quindi, è una replica anche ad altri esponenti della Repubblica tedesca sul caso Sea Watch. Ieri erano arrivate le critiche del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Mass, appoggiato dalla Francia e dal Lussemburgo: “Salvare le vite umane è un dovere umanitario. Soccorrere vite umane in mare non può essere criminalizzato“, aveva detto. Oggi a favore della comandante della Sea Weatch si schiera anche il presidente della Repubblica tedesca, Frank-Walter Steinmeier: “Chi salva vite umane, non può essere un criminale“, ha detto nel corso di un’intervista alla Zdf, la seconda rete pubblica nazionale. Al quale replica il vicepremier Matteo Salvini. “Al presidente tedesco chiediamo cortesemente di occuparsi di ciò che accade in Germania e, possibilmente, di invitare i suoi concittadini a evitare di infrangere le leggi italiane, rischiando di uccidere uomini delle forze dell’ordine italiane. A processare e mettere in galera i delinquenti ci pensiamo noi”.

Il caso Thyssen e i manager tedeschi condannati – Il caso Thyssen citato da Conte riguarda l’esecuzione da parte della Germania della pena alla quale l’Italia ha condannato i due manager del gruppo metallurgico.  Nel 2016 la Cassazione inflisse a Espenhahn 9 anni e 8 mesi e a Priegnitz 6 anni e 10 mesi. Entrambi, in base a convenzioni internazionali, hanno diritto a scontare la pena in patria. In questo caso si parla di non più di cinque anni, che è il massimo previsto in Germania per l’omicidio colposo.  A quasi tre dalla sentenza definitiva la macchina della giustizia è ancora ingolfata. Nel febbraio scorso il tribunale di Essen ha riconosciuto la validità dell’ordine di carcerazione emanato da Torino per i due manager. Il provvedimento, però, non sarà eseguito prima di una pronuncia della Corte di appello di Hamm, alla quale si sono rivolte le difese. Un caso che ha sollevato parecchie polemiche in Italia per la “lentezza” con cui si sono mossi i magistrati tedeschi. La scorsa estate Essen aveva chiesto a Torino la traduzione integrale di tutte le sentenze che si erano succedute sul caso Thyssenkrupp quando la prassi vuole che ne basti una sola, quella della Corte d’appello. Il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo, a luglio formò un collegio di otto traduttori che in pochi giorni portarono a termine il lavoro. A settembre la procura della città renana chiese di convalidare l’ordine  di cattura. Il tribunale ha dato il via libera il 17 gennaio per Espenhahn e il 4 febbraio per  Priegnitz. I quattro dirigenti italiani della Thyssenkrupp condannati dalla Cassazione avevano cominciato il periodo di carcerazione  già nel 2016. Cosimo Cafueri (6 anni e 8 mesi) ha ottenuto lo scorso dicembre il diritto a scontare il resto della pena lavorando ai servizi sociali come operatore della Croce Rossa, con obbligo della permanenza in casa dalle 22 alle 7. A ottobre  una possibilità analoga era stata concessa a un altro condannato, l’umbro Marco Pucci.