E’ oramai chiaro a tutti, inclusi gli imbecilli (tranne forse quelli gravi e gravissimi) come il destino di questo governo sia segnato e la sua fine prossima. Il fattore scatenante dovrebbe essere costituito dalla crisi di prospettiva che sta inevitabilmente dilaniando i Cinquestelle. La scelta della senatrice Nugnes, che pure ne aveva ingoiate tante, di abbandonare il gruppo e il risentimento di Di Maio per le critiche di Di Battista ne sono le ultime evidentissime manifestazioni. E’ del resto del tutto irreale che un partito che perde metà e più dei suoi voti in poco più di un anno non si metta a discutere a fondo del perché di questa sconfitta e non proceda alle necessarie ed urgenti radicali correzioni di rotta.

Del tutto irreale ma al tempo stesso più che reale in quel partito degno di Orwell che sono diventati i Cinquestelle, dopo che furbescamente Grillo si è allontanato a passi felpati lasciando la situazione in mano a Di Maio e Casaleggio junior, che governano una base sempre più sprovveduta e disorientata e un consistente gruppo parlamentare oggi più che altro interessato a continuare il mandato almeno fino al raggiungimento dell’agognata pensione.

Hai voglia a cianciare di fine della distinzione tra destra e sinistra. Quella di Salvini è politica e ideologia di destra pura. I suoi ingredienti sono la salvaguardia dei redditi e dei patrimoni dei ricchi, mediante la flat tax che costituisce un’aperta violazione dell’art. 53 della Costituzione italiana, la repressione del dissenso e dell’opposizione sociale mediante l’inasprimento delle pene, la criminalizzazione di ogni slancio altruistico e di solidarietà con i più deboli, l’autorizzazione ai bottegai impauriti e nevrotizzati di praticare in proprio la pena di morte contro ladruncoli e presunti tali, l’esaltazione di un nazionalismo vuoto che non si combina affatto con la promozione degli interessi nazionali, la negazione dell’antifascismo come momento imprescindibile della nascita della nostra Repubblica. E si potrebbe continuare. Una linea politica solida, coerente, che sa parlare ai malesseri della classe media ma anche, in assenza di una sinistra degna di questo nome, a quelli della classe lavoratrice.

A questa solida linea politica della Lega, che si fa anche e soprattutto interpreti degli interessi dei poteri forti di ogni genere, interessati alle grandi opere e ad altre operazioni speculative di varia natura, i Cinquestelle non hanno saputo in questo anno e passa di governo gialloverde altro che un vuoto chiacchiericcio e qualche misura di natura più che altro propagandistica e priva di effetti reali, come il salario cosiddetto di cittadinanza, una limitata mancetta nello stile renziano degli ottanta euro che l’ineffabile Di Maio, con il solito invidiabile sprezzo del ridicolo, definì a suo tempo la fine della povertà in Italia e qualche misura in materia di lotta alla corruzione, la cui efficacia è tutta da dimostrare (nulla ovviamente di serio in materia di lotta all’evasione fiscale e ci mancherebbe, si comincia in tal modo a praticare l’obiettivo della flat tax per non far inquietare l’alleato leghista).

I risultati sono del resto sotto gli occhi di tutti. E la riorganizzazione proclamata da Di Maio non rappresenta altro che l’ennesima boutade volta a mettere una foglia di fico sulla vera e propria catastrofe politica in atto. Unico modo per salvare le schiere dei Cinquestelle terremotate da un anno e più di alleanza con Salvini è quello di staccare al più presto la spina al governo. Altrimenti, fra qualche mese, non vi sarà più nulla da salvare. La risposta dei più ostinati e meno dotati di raziocinio fra i Pentastellati è in genere a questo punto quella che, se cade questo governo e si va ad elezioni ne scaturirà un governo di destra pura e dura. Ma, a parte il fatto che i numeri vanno verificati sulla base di elezioni effettive e non di sondaggi e desideri, il rimedio a questa deprecabile prospettiva non è certo quello di immolare quel che resta dei Cinquestelle per far governare Salvini e le sue idee per altri tre anni, alla fine dei quali la sua vittoria sarebbe ancora più piena e massiccia.

E’ probabile che una parte degli stessi Cinquestelle, di fronte alla fine del governo, abbandonino il Movimento e si offrano a Salvini e alla destra, pur di continuare ad avere un mandato parlamentare o governativo. Ma si tratta di gente che è meglio perdere che trovare. Un movimento Cinquestelle rigenerato, epurato dagli opportunisti e tornato alle origini potrebbe costituire un importante interlocutore per ricostruire un’opposizione alle destre, a condizione che analoga rigenerazione avvenga per altre aree politiche altrettanto disastrate, dal Pd alla sinistra.

Alessandro Di Battista, per la sua storia e il ruolo che ha svolto, deve oggi prendere la guida della rigenerazione dei Cinquestelle. Occorre augurarsi che lo faccia, nell’interesse non tanto dei Cinquestelle, ma della democrazia e del popolo italiano.

Salvini pare oggi al massimo della tracotanza, fa ricorso apertamente all’amministrazione dell’odio come instrumentum regni (si veda il grottesco episodio degli automobilisti additati al pubblico ludibrio e linciaggio dal ministro degli interni per presunti maltrattamenti del loro cane) e si arroga il ruolo di interlocutore diretto dei sindacati, ridicolizzando il povero Di Maio. Ma tanta tracotanza potrebbe essere l’anticamera del suo declino, beninteso a condizione di trovare sulla sua strada politici dotati di dignità, coraggio, coerenza e spina dorsale.

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