Il governo mette le mani nella cassa di Cdp. Lo fa chiedendo un dividendo aggiuntivo da quasi un miliardo (960 milioni), ma anche sostenendo operazioni industriali che rischiano di costare care alla cassaforte del risparmio postale degli italiani. Il Tesoro ha infatti domandato a Cassa Depositi e Prestiti un’assemblea per il 28 giugno con l’obiettivo di varare un’extra-cedola. Allo stesso tempo, sta spingendo perché vadano a buon fine operazioni come TelecomOpen Fiber e Salini ImpregiloAstaldi che ruotano tutte attorno a Cdp. Con un impatto finale sui conti dell’azienda pubblica tutto da verificare.

Nel dettaglio, l’extracedola Cdp chiesta dal Tesoro porterà circa 800 milioni nelle casse del ministero guidato da Giovanni Tria, che ha in mano l’82,77% del capitale di Cassa. Alle Fondazioni bancarie, socie al 15,93%, andranno poco meno di 153 milioni. La cifra si somma alla cedola ordinaria da 1,55 miliardi già decisa da Cdp a fine maggio con l’approvazione del bilancio. In totale quindi, nel 2018, la Cassa pagherà ai soci circa 2,5 miliardi, cifra pari all’utile netto del gruppo nello scorso esercizio.

La cedola straordinaria da 960 milioni contribuirà a costituire il gruzzolo necessario al governo per trattare con Bruxelles lo stop alla procedura d’infrazione: la somma si aggiungerà infatti ad altri 2,3 miliardi, alimentati dalle cedole delle partecipate e da Bankitalia. Tuttavia non è detto che il “sacrificio” di Cdp sia “gradito” all’Unione che non ama le misure non strutturali. Di conseguenza, c’è il rischio concreto che l’operazione maxicedola Cdp non solo non risolva i problemi dello Stato, ma anzi riduca lo spazio di manovra della Cassa per gli investimenti nell’economia reale (36 miliardi mobilitati lo scorso anno) finalizzati a creare crescita e occupazione.

Come se non bastasse, dopo aver tolto le castagne dal fuoco all’Eni con il caso Saipem e aver giocato un ruolo centrale nei salvataggi bancari, la Cassa guidata da Fabrizio Palermo si trova poi anche a gestire altri due spinosi dossier industriali. Il primo è il caso Telecom-Open Fiber: Cdp ha investito nell’ex monopolista comprando quasi il 10% del capitale a un prezzo decisamente più alto rispetto alle attuali quotazioni di Borsa. Contemporaneamente, sulla spinta dell’ex premier Matteo Renzi, ha creato, assieme all’Enel, la società Open Fiber per investire nella nuova rete in fibra. Ora, su input del governo gialloverde, punta ad unificare il network di telecomunicazioni di nuova generazione mantenendo una partecipazione pubblica nella futura società dell’infrastruttura. Proprio in queste ore, l’operazione sta entrando nel vivo come testimonia il fatto che Enel, Cdp e Telecom hanno appena annunciato di aver firmato un “accordo di confidenzialità” per valutare le possibilità di integrazione della rete dell’ex monopolista con quella di Open Fiber. Ma la futura intesa rischia di costare cara alle casse pubbliche, come testimonia la distanza fra le tre aziende sul tema della valutazione di Open Fiber. Per Telecom la società non varrebbe più di 2,5 miliardi, mentre per l’Enel, che ha diritto di veto sulla cessione dell’azienda, il valore sarebbe attorno agli 8 miliardi. Un compromesso sul prezzo determinerà inevitabilmente un minor incasso per Cdp e Enel in nome di un interesse pubblico superiore.

Sullo sfondo c’è poi anche un’altra delicata operazione di “sistema” che potrebbe appesantire il bilancio di Cdp: si chiama Progetto Italia e prevede la creazione di un campione nazionale delle costruzioni e degli appalti che orbiti attorno al gruppo Salini-Impregilo. Per favorire la nascita di un nuovo polo, il gruppo presieduto da Massimo Tononi è pronto a mettere mano al portafoglio nell’ambito di un’operazione che, come primo step, prevede entro fine luglio il salvataggio di Astaldi con l’integrazione all’intero di Salini-Impregilo. Le nozze metteranno le basi per un nuovo polo aggregatore anche per altre aziende del settore con l’obiettivo creare un gruppo di interesse strategico nazionale. Ad un prezzo e con risultati che però ad oggi sono difficilmente quantificabili per le casse pubbliche.

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