Addio “maestro”. Franco Zeffirelli è morto la scorsa notte nella sua villa romana sulla Appia Antica. Aveva 96 anni. Toscano, fiorentino e tifosissimo della Fiorentina fino al midollo, senatore della repubblica con Forza Italia, è forse il regista italiano più conosciuto al mondo per aver proposto un’idea di regia unica in Italia che ha attraversato più settori dell’arte novecentesca: il cinema, l’opera lirica e la televisione. Stile elegantemente patinato, parecchio manierista a livello figurativo, il suo approccio alla direzione degli attori e di messa in scena cinematografica e teatrale ha risentito in modo evidente della lezione di Luchino Visconti, di cui fu allievo, amico e compagno durante una relazione burrascosa durata diverso tempo. Dopo un’infanzia e un’adolescenza travagliate (il padre, un commerciante, lo riconobbe come suo figlio solo a 19 anni) Zeffirelli frequentò l’Accademia di Belle Arti di Firenze e nel secondo dopoguerra iniziò la sua pratica nel mondo artistico come scenografo in un’opera lirica diretta proprio da Visconti.

Sempre con il regista milanese fece da assistente alla regia per La terra trema (1948), poi ancora costumista e scenografo per sue numerose opere teatrali. Il prestigioso palco della Scala è così dietro l’angolo: 1954, Cenerentola di Rossini. Poi con Il turco in Italia che porterà in tour nei più prestigiosi teatri d’opera d’Europa. E ancora: Donizetti, Verdi, Puccini (la Boheme del 1963 spopola al Metropolitan Opera House di New York con repliche durate fino ai primi anni duemila). Anche se la sua celebrazione da regista di lirica è con una Traviata interpretata da Maria Callas/Violetta nel 1955. La soprano statunitense divenne grande amica di Zeffirelli che la omaggiò nel 2004 con il film Callas Forever interpretato da Fanny Ardant. Curioso però che l’esordio come regista di cinema avvenga per una commediola davvero piccina, “estiva” e marittima, come Camping (1957), interpretata da Nino Manfredi e Paolo Ferrari, scritta da Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi che successivamente si dedicheranno a sceneggiare parecchi Fantozzi.

Così tra un’opera lirica e l’altra ecco nel ’67 il primo tre adattamenti shakespeariani davvero patinati come La bisbetica domata (con Richard Burton e Liz Taylor all’apice del loro amore e del mobiletto degli alcolici pieno); nel ‘69 un Romeo e Giulietta romantico e calligrafico; nel 1990 con l’Amleto interpretato da un ancora ruspante Mel Gibson. Per il pubblico italiano però Zeffirelli verrà ricordato soprattutto per Gesù di Nazareth, una miniserie per la tv in cinque puntate, trasmessa da Rai1 nel 1977 e per parecchi anni a venire nei giorni di Pasqua, dove il “maestro” fiorentino poté esprimere tutta la sua fede cattolica attraverso l’esposizione di un Cristo umano ma severo, tragico e ieratico. Gli occhi azzurri del protagonista Robert Powell assunsero il peso e il dolore dell’iconografia cristologica passata al vaglio di un barocchismo zeffirelliano fatto di estetizzanti primi piani e luci sparate sullo sfondo.

Zeffirelli ha più volte ricordato che per quel Gesù spesso si era confrontato con l’allora papa Montini “per camminare sulla strada giusta”. I melodrammi lacrimevoli girati negli Stati Uniti (Il campione 1979, Amore senza fine 1981) non rimangono nella storia del cinema. Come nemmeno il biopic Il giovane Toscanini, interpretato dalla meteora C. Thomas Howell e dall’amica Liz Taylor, ma soprattutto con i quattrini di Tarik Ben Ammar che poi diventerà figura influente in Mediaset. Altro decennio altro innamoramento per Zeffirelli: Silvio Berlusconi. Il regista fiorentino è folgorato dalla nascita di Forza Italia e ne diventa senatore eletto per ben due legislature (1994-2001) non nell’amata Toscana “rossa”, ma nella circoscrizione Sicilia. Tra gli anni Novanta e nei primi Duemila, l’oramai settantenne regista compie il colpo d’ala con alcune trasposizioni di classici della letteratura al cinema: prima con Verga per Storia di una capinera e nel 1996, in piena epoca senatoriale, si fa produrre da Berlusconi quel Jane Eyre, tratto da Camille Bronte, che rimane un discreto prodotto in costume, dove la melodrammatica messa in scena zeffirelliana quasi è annacquata da un cast (William Hurt e Charlotte Gainsbourg pulsano parecchio di vitalità) molto più vivace del solito trantran d’epoca.

L’avanzamento storico dell’ambientazione (anni Trenta del Novecento in Italia) fornisce ulteriore slancio (senza esagerare però) al cinema di Zeffirelli con Un Tè con Mussolini (1999), nientemeno che un affresco sulla vita di un gruppo di signore benestanti inglesi che vivono a Firenze proprio quando il Duce firma e promulga l’orrore delle leggi razziali. Omosessuale dichiarato, ma apertamente in polemica con la costellazione ufficiale LGBTQ, Zeffirelli aveva più volte dichiarato che i Gay Pride erano “esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante”. La parola gay stessa, spiegò “è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli”. Poi aveva precisato che essere un omosessuale “è un impegno molto serio con noi stessi e con la società”. “Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensate solo al Rinascimento – aveva affermato il regista – Nella cultura greca l’esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico”.

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