Cala la richiesta del mercato, cala il numero di operai. ArcelorMittal ha deciso di spedire 1.400 dipendenti dello stabilimento di Taranto in cassa integrazione per 13 settimane. A nemmeno un anno dalla firma dell’intesa sindacale davanti al ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, i nuovi padroni dell’ex Ilva tornano sui loro passi e tagliano quindi di poco più del 17% la forza lavoro che si erano impegnati a reintegrare nell’impianto pugliese, dove avevano riassorbito 8.200 dipendenti. La decisione avrà effetto dai primi giorni di luglio e  comporterà la fermata di treno nastri 1, colata continua 5, e laminazione a freddo. 

La causa – spiega l’azienda – è dovuta alle “critiche condizioni” del mercato che hanno spinto a rallentare la produzione nell’acciaieria jonica da 6 a 5 milioni di tonnellate. “È una decisione difficile – spiega l’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl – ma le condizioni del mercato sono davvero critiche in tutta Europa. Ci tengo a ribadire che sono misure temporanee, l’acciaio è un mercato ciclico”. Il 6 giugno l’azienda incontrerà le rappresentanze sindacali dello stabilimento di Taranto, mentre – stando a quanto apprende Ilfattoquotidiano.it – lunedì alle 14 è convocato un faccia a faccia con i segretari di Fiom-Cgil, Uilm e Fim-Cisl che si terrà nella sede di Confindustria. Prima dell’incontro del 6 giugno è previsto un sit-in di lavoratori e in ambienti sindacali non si esclude un ricorso allo sciopero se l’azienda non dovesse fornire rassicurazioni.

Il 6 maggio scorso ArcelorMittal aveva manifestato l’intenzione di tagliare temporaneamente la produzione di acciaio in Europa con una riduzione di 3 milioni di tonnellate annue. Nello specifico era stata annunciata la sospensione della produzione degli stabilimenti di Cracovia in Polonia, la riduzione nelle Asturie in Spagna e il blocco dell’aumento della produzione dell’ex Ilva di Taranto che ArcelorMittal Italia contava di portare a 6 milioni di tonnellate nel 2020

In virtù dell’accordo firmato con i sindacati lo scorso settembre, l’azienda si è impegnata a riassorbire subito 10.700 lavoratori (8.200 solo a Taranto) e a garantire la contrattualizzazione entro il settembre 2025 degli esuberi rimasti nel 2023 senza ritoccare al ribasso il costo del lavoro tagliando le ore in fabbrica di ciascun dipendente. Fu proprio questa la mossa che spinse i sindacati ad accettare l’accordo con gli attuali proprietari del complesso siderurgico. “Grave, inopportuna e sbagliata” viene definita la decisione dal segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. Le ripercussioni, tra l’altro, sostiene il leader dei metalmeccanici della Uil, “ci sono anche per gli altri stabilimenti ex Ilva d’Italia dove si utilizzeranno piano di smaltimento ferie per far fronte alla riduzione dei volumi produttivi”.

Secondo Palombella, “non si era mai verificato prima che a pochi mesi dall’acquisizione un’azienda facesse ricorso alla cassa integrazione ordinaria”. ArcelorMittal, aggiunge Palombella, “è un grande produttore di acciaio, visti gli oltre 90 milioni di tonnellate di produzione annue, pertanto chiediamo con fermezza che in Italia mantenga inalterati i livelli produttivi previsti dal piano industriale, come dall’accordo stipulato il 6 settembre 2018 al ministero dello Sviluppo economico”.  

La cassa integrazione, dice invece la segretaria della Fiom-Cgil Francesca Re David, “rappresenta un elemento di ulteriore preoccupazione in una fase di assestamento critico degli obiettivi del piano industriale”. Nell’incontro in programma per lunedì “chiederemo una verifica sull’attuazione dell’accordo sottoscritto in merito alle strategie industriali e produttive e agli investimenti relativi al processo di risanamento ambientale”. Da mesi, denuncia Re David, “la Fiom chiede un incontro al Mise per una verifica degli impegni sottoscritti, che diventa ancora più urgente alla luce delle decisioni comunicate oggi”.

Per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, il governo deve varare “un decreto legge per far pagare i danni a chi ha usufruito di agevolazioni e poi fa quello che gli pare”. La decisione, continua invece Palombella annunciando che verrà chiesto il ritiro della cassa integrazione, “sarebbe un segnale sbagliato per i lavoratori di ArcelorMittal, ma soprattutto lancerebbe un messaggio di disperazione per quelli in Amministrazione Straordinaria che vedrebbero allungarsi ulteriormente i tempi di reintegro in azienda”.

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