Una sequenza tagliata dal montaggio finale di Novecento con un treno traboccante di bandiere rosse che sembra guardare dritto negli occhi lo spettatore, per trafiggerlo. “Il cinema inizia con un treno, ecco ti regalo l’inizio del cinema”. Così, con la consueta dolcezza nella sintesi, Bernardo Bertolucci ha regalato a Mario Sesti una sequenza preziosa quanto emblematica. Per questo il critico e giornalista cinematografico non ha potuto che iniziare con questo dono il suo documentario-omaggio all’immenso e compianto cineasta parmense: No End Travelling.

Applaudito a Cannes, dove appariva nella selezione ufficiale di Cannes Classics, il film avrà nella serata del 4 giugno al Maxxi di Roma la sua première nazionale. I numerosi contributi che compongono il doc di Sesti vertono su un’inedita lunga e recente intervista, struttura portante dell’opera che nasce quale primo episodio di una serie dedicata ai mestieri del cinema pensata e prodotta da Istituto LuceCinecittà con Sky Arte “Cinecittà – I mestieri del cinema”.

Naturalmente Bertolucci “inquadra” il mestiere del regista ma è chiaro che la portata assoluta del personaggio superi e contenga il cinema stesso, nel suo farsi, mostrarsi e riflettersi. Quello che Bernardo ha donato a Sesti è – nella metonimica sequenza del treno di Novecento – un racconto personale (e privato, la conversazione avviene nella casa trasteverina di Bertolucci), la narrazione della motivazione profonda per cui il cinema riesca a generare passioni così estreme e incondizionate. “Bernardo amava il cinema come totalità, si identificava con esso, e partecipava intensamente a quella che lui chiamava la tribù del cinema, inserendovi tutti coloro che lo amano, lo fanno, lo vivono..” spiega Mario Sesti.

Attraverso un viaggio lungo i ricordi di una vita, con aneddoti folgoranti che spaziano dal serio al faceto (la vomitata di vongole sull’amico/nemico Jean-Luc Godard, il set come luogo di paradosso del cinema, il senso del tempo, il rapporto con la cultura italiana e con Hollywood, la notte degli Oscar e Los Angeles definita “the big nipple”, il modus operandi con attori e collaboratori..), Bertolucci arriva a sbriciolare indimenticabili perle di “teoria e pratica” della Settima Arte, ricordandoci che “fare cinema altro non è che la ripetizione di quel gesto criminale del bambino che spia nella camera da letto dei genitori”.

Lui, figlio di poeta che smise di scrivere nel 1962, “qualche mese prima di girare La commare secca perché avevo capito che avevo altro da fare e lasciavo la poesia nelle mani di papà..” (il suo modo di recedere il cordone ombelical-culturale di famiglia) non ha alcun problema ad ammettere che se “da giovane rivoluzionario avevo giurato a me stesso che semmai avessi vinto un Oscar l’avrei rifiutato come fece Sartre col Nobel, nel 1988, invece, salii sul palco di Hollywood a ritirare i miei Oscar divertendomi come un matto”. Bernardo Bertolucci, che ricordiamo è scomparso lo scorso novembre, era in grado di far innamorare fra loro le contraddizioni più estreme, proprio come l’adorata Nouvelle Vague e la Hollywood di Star Wars, che – ricorda – “è stata prodotta dal mio amico/interlocutore in Paramount Alan Ladd jr, un uomo che l’America portò dalle stelle alle stalle licenziandolo in tronco, perché lì funziona così”. Mentre omaggia la statura unica e irripetibile di Bertolucci, documentario di Mario Sesti – che sarà presto visibile anche a Bologna nel programma del Biografilm Festival (7-17 giugno) e sarà trasmesso il 26 novembre, anniversario della morte del regista, anche su Sky Arte – è dunque una grande e struggente celebrazione del cinema da ogni punto di vista, imprescindibile per chi si definisce cinéphile.

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