Io Massimo Troisi non l’ho vissuto. Ero troppo piccolo. Per me Troisi è un po’ come Maradona, ne ho sempre sentito parlare, l’ho sempre visto nella gioia contagiosa negli sguardi di chi mi raccontava i suoi film. Sono cresciuto in un’epoca in cui la comicità è spot, rapida, spesso volgare, televisiva, che non regge oltre il tempo di un minuto. Una comicità da YouTube. Mi hanno sempre detto che Troisi era diverso, Troisi era una maschera, che faceva ridere con le pause, con quello che non diceva, con l’essenza della napoletanità non stereotipata, con la filosofia della città dentro le rughe.

Credo sia interessante oggi capire cos’è Troisi per giovani, provare a raccontarlo al di là degli sketch, al di là delle battute. Col tempo ho visto tutti i film di Troisi, col tempo ho ascoltato le sue interviste con Baudo e Minà, ho visto i suoi spettacoli con Lello Arena e Decaro, e credo che forse sia ingiusto dire ai millennials che Troisi era un comico. È fuorviante, lo paragonerebbero a chi oggi in tv e su Internet strappa sorrisi con gli stessi format. Troisi non era un intellettuale, un comico da satira politica, non era solo un attore da cinema, non era comico da barricate politiche, Troisi è stato grande per la sua non collocabilità. Perché Massimo era tutto ed il contrario di tutto.

Spiegarlo ai giovani significherebbe banalizzare, un po’ come la parafrasi di una poesia che ne sminuisce il senso. Oggi Troisi bisogna riproporlo al cinema, nelle scuole, più spesso in tv. È l’unico modo per far capire chi era.

Non voglio far qui l’elenco delle cose grandiose che ha realizzato Troisi, però credo che abbia avuto sicuramente coraggio. Coraggio insieme a Benigni a scrivere una lettera a Savonarola, senza aver timore di essere paragonato a mostri sacri come Totò e Peppino De Filippo. Troisi è un napoletano che ha sempre alzato l’asticella, partito da San Giorgio a Cremano, passando per il Teatro Sancarluccio, fino alla notte degli Oscar. È uno che non si è accontentato, come oggi fanno tanti comici napoletani, delle serate di piazza, delle comunioni e dei matrimoni, della comparsata in tv.

Troisi ha mostrato due caratteristiche del popolo napoletano che poco hanno a che fare con la comicità: la poesia e la malinconia. Entrambe espresse a livello di altissima cinematografia in Il Postino. Troisi ha racchiuso nel suo modo di essere l’incomprensibilità del popolo napoletano, sacro e profano, bene e male, ascoltando Troisi non sapevi mai se era serio o scherzava e scherzando dice cose profondissime.

Ai millennials multitasking, dallo zapping veloce, forse Troisi non sarebbe piaciuto. Perché Troisi è un liquore a rilascio lento, ridi quando l’assapori e pensi quando il film è finito. È giusto piazzarlo tra gli dei dell’olimpo partenopeo: Totò, Eduardo, Pino Daniele (suo grande amico), perché senza mai rinnegare la sua città e la sua lingua, l’ha resi universali, comprensibili ad ogni latitudine.

Tutti a Napoli ricordano dov’erano quando è morto Troisi, un po’ come è accaduto per il terremoto del 1980. È uno spartiacque. La comicità, la cinematografia napoletana, A.T. avanti Trosi, D.T. dopo Troisi. Dopo aver visto Il Postino, viene da pensare che non tanto Napoli, ma l’Italia intera abbia perso un grande interprete, autore, sceneggiatore e regista, troppo troppo presto. Forse ha preferito essere uomo del Novecento, dove le cose di assaporavano ancora, dove il tempo che passava non era tempo perso, dove gli occhi entusiasti della gente valevano più dei like. Me lo sono perso e forse non capirò mai Troisi, come mio padre e la sua leva, ma forse la mia generazione ha ancora il compito di raccontare Troisi, al di là dei premi, delle commemorazioni, degli speciali, delle interviste ad amici e parenti. Riproponiamo la poesia malinconica di Troisi, perché oggi abbiamo bisogno ancora di Troisi.

C’è una frase del film Il Postino che è quasi un testamento di Massimo: “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!”.