Dopo la sentenza del 30 maggio, molte tabaccherie e altrettanti negozi sono già corsi ai ripari. Anche i siti internet che smerciavano prodotti derivanti dalla canapa risultano oggi momentaneamente non raggiungibili. Eppure per capire definitivamente quali prodotti sono a rischio e quali no bisognerà attendere le motivazioni che hanno portato la Cassazione a pronunciare la sentenza. Solo con tutte le carte in mano sarà possibile valutare più precisamente quali siano i prodotti leciti e quali no. Ad oggi, quel che è certo è che molti dei materiali di scarto normalmente venduti dalle aziende produttrici di canapa, come oli, fiori e resina, sono diventati illegali.

Ed è proprio sulla base di questo che già da oggi le forze dell’ordine potrebbero far chiudere i negozi o denunciare i rivenditori sospetti. Ancora lecita, invece, la vendita di altri derivati come biscotti, cracker, creme, saponi e shampoo, normalmente commercializzati in tutti i cannabis shop. Il vero rischio è quello legato alla vendita di infiorescenze che, se considerate con “effetto drogante”, diventerebbero subito illegali. Il vero rischio, hanno denunciato diverse categorie, è quello che stanno correndo migliaia di lavoratori, oggi impegnati nella produzione di cannabis light. Secondo il questore di Macerata, Antonio Pignataro, che per primo ha dato il via alla chiusura dei cannabis shop, tutti i negozi sono destinati a chiudere perché alimenti e cosmetici non sono sufficienti a sostenere il business.

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