Nonostante le contestazioni di falso per i rendiconti presentati nel 2010 siano state prescritte, le pene per il processo sulle spese pazze dei consiglieri regionali della Liguria, non sono scese sotto i 2 anni 8 mesi. Il motivo è stato spiegato in una nota del Tribunale di Genova: ovvero con l’applicazione della legge Severino. Il momento della consumazione del reato, ovvero il peculato, ha coinciso nell’interpretazione dei giudici con l’approvazione del rendiconto e non quando è stata effettuata la spesa indebita (dai gratta e vinci alle ostriche a Nizza): circostanza, questa,  che ha fatto scattare la norma approvata il 6 novembre 2012 con l’aumento del minimo della pena e la sospensione delle cariche amministrative. 

L’approvazione del rendiconto è avvenuto nell’anno successivo, il 2013, a quello in cui le spese sono state sostenute, il 2012. Effetto inevitabile di questa interpretazione è l’adozione della legge Severino. “Per tutti gli imputati ritenuti responsabili di peculato consumato nel gennaio 2013 questo reato è diventato, per via della pena edittale di 4 anni, il più grave tra quelli commessi”, la concessione delle attenuanti generiche che ha portato la pena a 2 anni e 8 mesi. “È stato oggetto di discussione e approfondimento discussione e approfondimento la qualificazione giuridica dei fatti come falso e peculato o falso e truffa aggrvata o indebita percezione di erogazioni ai danni dello Stato”. Questo perché gennaio era stata approvata una modifica all’articolo 316 ter del codice penale alla legge Anticorruzione

La sentenza di primo grado pronunciata oggi del tribunale di Genova è stata una sentenza particolarmente complessa che ha chiuso un processo durato oltre 70 udienze basato su centinaia e centinaia di carte e documenti. “La Guardia di finanza ha fatto un lavoro incredibile. È stata fatta una selezione accurata di tutte le ricevute e gli scontrini contestati, scartando quelli per cui c’era una giustificazione. Non è stato fatto un mucchio indifferenziato – ha detto il procuratore aggiunto Francesco Pinto – Non è una partita di calcio ma sono contento che i giudici abbiamo riconosciuto la serietà dell’indagine della guardia di finanza. Abbiamo fatto 70 udienze e il lavoro è stato davvero minuzioso. Siamo partiti da una presunzione di pertinenza delle spese. Secondo la mia impostazione il momento fondamentale in cui si configura il reato è quando il capogruppo certifica la pertinenza della spesa con l’assemblea del gruppo”. 

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