“Amici non è una scuola per nuovi talenti della danza. E’ un’esposizione mediatica per ballerini già affermati e per aspiranti in cerca di visibilità”. E’ la stoccata di Giuseppe Picone, étoile internazionale dal 2016 alla guida del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo di Napoli, al talent show più longevo della televisione italiana.

E’ un talent che quindi premia i già professionisti?
Non nascondiamocelo. I finalisti di danza di questa edizione hanno alle spalle esperienze importanti. Rafael Quenedit è addirittura primo ballerino del Balletto di Cuba, una delle più importanti istituzioni al mondo nel panorama del classico. Vincenzo Di Primo ha danzato con il Royal Ballet di Londra. E ha vinto il Grand Prix de Lausanne, uno dei massimi riconoscimenti europei.

Lei per chi parteggia?
Sono bravissimi entrambi. Rafael è più classico, Vincenzo Di Primo è più contemporaneo. La danza non è democratica. O hai talento o non ce l’hai. Trovo ingiusto affiancare aspiranti a professionisti, studenti a solisti. Bisogna che al pubblico arrivi chiaro il messaggio.

Quale messaggio?
Che Amici è una vetrina temporanea sia per chi è già affermato e vuole far lievitare i cachet sia per chi non è affermato e intende poi muoversi fra giurie e ospitate a concorsi ed eventi.

Intende dire che non è un trampolino di lancio per il mondo del lavoro?
Amici è una bellissima realtà ma pochi riescono ad avere contratti professionali grazie al programma, Pertanto fondare una carriera su un talent che dura pochi mesi è una scelta sbagliata. Il mondo del lavoro non segue i like sui social. Poi ci si ritrova in fila alle audizioni uno di fianco all’altro, senza più essere protagonisti.

E’ mai stato invitato a partecipare al programma?
Alcuni anni fa Maria De Filippi mi ha invitato a far parte della giuria. Ho subito notato il lavoro che c’è dietro alla formazione dei cantanti, puntuale e preciso. Nel canto c’è una vera crescita. Non si può dire la stessa cosa per la danza.

Cosa manca alla danza all’interno del programma?
Per prima cosa un palcoscenico in studio tecnicamente adatto. Perché il balletto richiede specificità tecniche precise. Poi la vera formazione. Chi esce dalle grandi accademie ce la può fare. Ma perché un neodiplomato dovrebbe andare ad Amici quando può fare audizioni direttamente per corpi di ballo, specialmente all’estero?

Lei quale risposta si dà?
La visibilità. Sono direttore del ballo di una delle quattro fondazioni lirico-sinfoniche italiane che hanno ancora una compagnia. La carriera del ballerino non si costruisce sulla popolarità data da un talent. Noi del settore lo sappiamo, ma bisogna che lo sappiano anche i telespettatori. Altrimenti si creano illusioni nei giovani.

Cosa ha portato alla danza Amici?
La professionalità di Maria De Filippi ha portato attenzione a questo mondo. Ha permesso di conoscere il repertorio, i generi, le personalità artistiche ospiti e soprattutto il lavoro quotidiano del ballerino.  E  finalmente si è chiarito uno stereotipo. I maschi che danzano possono essere etero oppure omosessuali. Come in tutti i settori professionali. Quanti i ragazzi che fino a poche decine di anni fa erano bullizzati solo perché allievi di danza.

A proposito di energia maschile, cosa pensa delle dichiarazioni di Sergei Polunin che ancora scatenano polemiche?
Rispetto moltissimo Polunin come ballerino, che conosco personalmente e che ha ballato al San Carlo. Ma come opinionista trovo di basso livello le sue uscite. Quando parla di energia maschile, per esempio, trovo  superficiale  il suo pensiero. L’energia espressa  non cambia a seconda dell’inclinazione sessuale ma a seconda del ruolo che si interpreta. Ballerino gay o etero, non ho mai visto un Corsaro effemminato. Pensiamo a Rudolf Nureyev: adorato dalle donne.

Cosa manca oggi alla danza in tv?
Manca la danza. Siamo passati dai grandi balletti televisivi degli anni ’80, con Fantastico e star come Oriella Dorella, Raffaele Paganini, Lorella Cuccarini ed Heather Parisi, al vuoto totale. Unica eccezione è l’evento di Roberto Bolle, di altissimo livello ma solo per una volta all’anno. Se prima il body sgambato di Heather valorizzava il suo talento artistico oggi è rimasto solo il body sgambato. E palestrati al posto di ballerini.

Qualche idea di nuovo programma?
Uno show a puntate il sabato sera con grandi ospiti e giovani promesse. Fra momenti di comicità, di canto e di varietà la danza sarebbe protagonista anche nelle sue declinazioni più attuali. L’hip hop, quando è ben fatto, è meraviglioso.

Al Teatro di San Carlo la danza è seguita?
Dal 2016 a oggi il pubblico è triplicato. Ma abbiamo investito sul rinnovamento sia nella scelta dei titoli sia nella formazione sia nella selezione dei ballerini. Gli appassionati crescono. L’esposizione mediatica aiuta. Ma manca il lavoro.

Che prospettive ha un ballerino in Italia?
Di fatto la danza è abbandonata. Molti ragazzi vanno all’estero. Al San Carlo abbiamo solo 15 contratti indeterminati e 14 contratti biennali. Non bastano per una produzione importante. Allora si prendono gli aggiunti ma spesso i bravi, che vorrebbero continuità di lavoro, non si fermano per un mese di contratto. Perdiamo talenti.

Cosa suggerisce a un neodiplomato?
Prova in Italia ma se vedi che non c’è strada fai la valigia.

All’estero è diverso?
I contratti sono annuali ma vengono continuamente rinnovati. Qui basta un cambio di direttore per rivoluzionare tutto.

In questo contesto andare ad Amici è illudersi?
Rimane una valida esperienza televisiva. Ma finita la stagione cosa rimane? Se si è fortunati si ottiene un contratto in trasmissione come professionista. Lo ribadisco: se ad Amici siete bravi anche a creare ballerini dimostratelo.

Nel 1993, a soli 17 anni, lei era già solista all’English National Ballet di Londra. Quali sono stati i suoi riferimenti televisivi?
Chi come me è nato negli anni ’70 è cresciuto con “Fame”, la serie tv ambientata in un’accademia americana. Dal classico al modern-jazz, dalla musica alla recitazione, si mostravano i retroscena dello spettacolo. Ma veniva fuori la realtà dell’artista non solo il pettegolezzo. E la gavetta che bisogna fare per danzare davvero.

Lei ha fatto la gavetta?
Tutti noi l’abbiamo fatta. La danza richiede enormi sacrifici. Anche di carattere. A 23 anni, solista all’American Ballet Theatre di New York mi impedirono di accettare l’invito di Carla Fracci per interpretare “Chéri” di Roland Petit alla Scala perché impegnato con la compagnia. La stessa cosa con la nomination al premio Benois de la Danse nel 1998. Per vivere da ballerino bisogna volare sul palco, ma stare con i piedi ben piantati per terra.

*foto @buccafusca

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