Mentre l’Italia ha trasformato il voto di domenica in un referendum sul governo, l’Olanda si affaccia alle urne con la sobria indifferenza che caratterizza gli appuntamenti politici di questo paese. Non che gli olandesi ignorino la politica ma oltre all’endemica declinazione pratica di qualunque attività umana (serve, va fatto, facciamolo, ma le emozioni riserviamole al privato) da cui l’olandese proprio non riesce a fuggire, la tendenza a creare un grande blocco (più o meno) centrista è una caratteristica stessa del sistema Paesi Bassi. E così, da fuori, senza cogliere le sfumature e osservare con il microscopio punto per punto i programmi della folla di partiti che corrono per le elezioni, con l’eccezione degli strilloni agli estremi – soprattutto a destra – sembra quasi non ci siano differenze. E quindi ci sia poco di cui discutere.

Complice il turn-out elettorale molto basso (alle Europee si arriva a malapena al 30%) e le energie spese per le recenti elezioni per le province, se non fosse per Thierry Baudet, nuova star sovranista locale, che punta a portare per la prima volta a Bruxelles il suo partito, Forum voor Democratie, come formazione di maggioranza relativa del paese, queste Europee sarebbero passate quasi inosservate. D’altronde con appena 26 seggi nazionali e nessuna soglia di sbarramento, gli eurodeputati olandesi hanno un peso specifico piuttosto irrilevante al Parlamento europeo (quello politico è altra storia) e questo elemento finisce per spegnere i già pochi entusiasmi.

E l’apatia non riguarda solo gli elettori ma anche i partiti: la settimana passata ho moderato ad Amsterdam un dibattito in inglese rivolto agli expat, l’unico dibattito elettorale pensato per gli europei residenti nella capitale. Incredibilmente, pur con una popolazione di europei – potenziali elettori – che sfiora i 500mila residenti, solo due partiti hanno pubblicato programmi in inglese ma nessun movimento sembrava realmente interessato agli stranieri, a differenza delle elezioni amministrative.

Un peso enorme, tuttavia, in questo distacco lo gioca l’appuntamento elettorale del 27 maggio: i “grandi elettori” usciti dal voto delle province dovranno dare forma al Senato e il governo Rutte, che ha perso l’ennesimo ministro solo ieri, è senza maggioranza e in grande difficoltà. La domanda, quindi, non è tanto cosa succederà dopo il 26 ma cosa succederà dopo il 27 maggio. L’Aja si preoccupa dell’Aja più che di Bruxelles.

Tornando alle Europee: con l’eccezione del partito di Baudet e del PVV di Wilders che vanno a Bruxelles senza un vero e proprio programma elettorale europeo, 2/3 dei partiti olandesi sono europeisti o al massimo leggermente euroscettici ma la collocazione in Europa, per un paese minuscolo e in larga misura votato ad export e finanza, è una scelta quasi obbligata.

A conferma di quanto il peso elettorale olandese e quello politico, soprattutto nella capacità di fare lobby, siano inversamente proporzionali sono gli “spitzenkandidaten”, i candidati alla presidenza della Commissione UE presentati dai partiti europei: 1 e mezzo (perché i Greens hanno presentato un ticket Ska Keller e l’olandese Bas Eeckhout per rispettare l’equilibrio di genere) su 6 sono infatti olandesi. E parliamo di candidature “pesanti”: Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione europea è candidato da Socialisti e Democratici S&D mentre Eeckhout corre per il gruppo verde, per il quale i sondaggi danno un probabile exploit. Se a questi si aggiunge l’enorme influenza politica di Mark Rutte, uno dei leader europei da più tempo in carica, si capisce come l’Ue sia per gli olandesi una questione di trattative di palazzo più che di passione politica.

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