Conviene tenere alta l’attenzione su A hidden life, il film di Terrence Malick che spicca sugli altri nel concorso di Cannes, quest’anno un ottimo concorso come non se ne sono visti nelle ultime edizioni. “Quando si abbandona l’idea di vivere a tutti i costi, una luce nuova ti inonda. Prima si aveva fretta e mancava il tempo per fare tutto, ora c’è molto tempo”. Così dice Franz, il soldato incarcerato dai nazisti a Berlino in piena seconda guerra mondiale per essersi rifiutato di giurare fedeltà a Hitler. Il tempo scorre secondo la nostra percezione, certi momenti sono lenti o lentissimi, altri appaiono fulminanti.

La parabola della vita di Franz e della moglie Fani è un lento trascorrere alla ricerca di un’armonia. Armonia prima con la natura, nelle montagne austriache nelle quali vivono in simbiosi con i ritmi e i gesti della natura. Poi tra loro, attraverso le lunghe lettere che si scrivono, quando Franz comincia il servizio militare, richiamato alle armi per lo scoppio della guerra, e poi quando finisce incarcerato, dopo il suo gesto di rifiuto alla sottomissione e di libertà. Nessuno si accorgerà di quel gesto, ripetono in tanti a Franz, e in ultimo il presidente del tribunale (Bruno Ganz), che gli chiede anche se lui lo giudica. Sembra un paradosso che un giudice faccia quella domanda all’imputato, eppure accade: anche i giudici possono avere un’anima e un momento di tentennamento, sedersi al posto della persona che hanno di fronte. Ma Franz non giudica, giacché non crede di saper tutto: tuttavia non può fare ciò che non crede sia giusto.

Il tempo, dunque. La ricercata lentezza del film è la necessaria traduzione del tempo infinito che allontana Franz da Fani, e che però li avvicina sempre di più in un ordine, anche temporale, superiore. Tutto comincia di fatto con un bellissimo sguardo fuori campo di Franz: è il fuori campo della guerra, che infatti non verrà mai mostrata nelle sue atrocità belliche, ma solo nei suoi effetti sulle persone. Subito dopo, quasi a raccordarsi con quello sguardo, Franz dirà a un prete di voler disertare. Il film procede come una marcia implacabile verso quella divaricazione tra Franz e il destino che lo chiamerebbe. E proprio una marcia di guerra, o rulli di tamburi, richiamano i rumori delle macchine agricole. Non c’è tentennamento nella scelta di Franz: è forse questa la fine del mondo? Noi siamo solo ombre che passano, la vera vita sta altrove.

Malick costruisce un film complesso, in certo senso in controcampo, quasi a voler rimarcare l’infilmabile della storia: controcampo della guerra, la cui atrocità è qui trasfigurata nella vicenda del soldato resistente; controcampo delle distruzioni e dei bombardamenti – totalmente assenti dal film – ai quali Malick sostituisce l’ordine superiore e infinito della natura, che contrappunta continuamente l’avanzare della storia di Franz. Controcampo infine dell’oggi: benché racconti una storia vera accaduta durante la seconda guerra mondiale, il film allude anche all’oggi, con le parole del sindaco del villaggio che sostiene la causa dei nazisti in nome del pericolo dell’invasione degli immigrati e degli stranieri.

Anche sul piano figurativo il film si costruisce per opposizioni: al colore livido del carcere, che sembra non poter avere agganci figurativi né aperture di sorta, fanno riscontro da un lato il calore cromatico della natura, dall’altro la ricchezza e varietà dei riferimenti, dal Rossellini di Roma città aperta alla pittura olandese che riecheggia negli interni della casa di Fani e Franz, nelle attese che si dilatano, nei contrasti di luce. Franz è un nuovo Messia, colui che sa annunciare a un tempo l’oltre della vita e l’oltre terreno di quel mondo scellerato. Basta (non) fare un gesto per scardinare un impero.

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