Da tempo il debito sovrano è il convitato di pietra della vita pubblica. Nell’ultimo anno, politica e media, finanza e festival di Sanremo hanno girato attorno a un unico oggetto: i soldi. E la paura della bancarotta di Stato ha disturbato il sonno degli italiani. Come prendere per le corna il quarto debito pubblico del mondo in proporzione al prodotto interno lordo dopo Giappone, Grecia e Libano? In soldoni, il quinto al mondo, dopo Stati Uniti, Giappone, Cina e Germania.

Gli Stati Uniti – nel 1960 il più grande creditore del mondo – sono oggi il più grande debitore del pianeta, con una posizione debitoria netta di 8mila miliardi di dollari. L’Eurozona segue a ruota, ma la sua posizione netta è di soli 633 miliardi in “rosso”. Il maggior creditore è la Cina: in base ai dati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) gli eredi di Mao Zedong vantano crediti per quasi 2mila miliardi di dollari. In base ai dati Fmi del 2016, l’Italia ha una esposizione debitoria netta (net international investment position o Niip) di circa 325 miliardi di dollari, vale a dire 300 miliardi di euro circa.

Negli Stati virtuosi, il martello della campagna elettorale europea picchia sull’incudine degli stati debitori netti, assimilati a stati canaglia. E l’Italia, il cui “rosso” vale quasi la metà di tutto quello dell’Eurozona, è in prima fila. Parafrasando l’economista Paul Krugman, se il debito è la croce di uno Stato, per un altro è invece una delizia. E l’Austria ha perciò gioco facile a ribaltare sui vicini meridionali una crisi continentale che, a medio termine, potrebbe emulare lo schema dei dieci (19) piccoli indiani nel momento in cui si dovesse profilare una crisi mondiale.

La gente italica tirerebbe un sospiro di sollievo se svanissero di colpo 300 miliardi del debito. E con lei l’intero mondo della finanza. All’Austria, creditore netto di circa 19 miliardi di dollari, è gioco facile ammonire i vicini con l’Esopo degli altri, invitandoci a seguire l’esempio della formichina: “Non si può! Bella cicala: se nelle ore d’estate hai cantato, d’inverno balla”. La maestrina dalla penna rossa ha una certa esperienza, poiché conobbe nel 900 numerose crisi del proprio debito sovrano –1938, 1940 e, naturalmente, 1945 – senza contare quelle ottocentesche dell’Impero austro-ungarico: 1811, 1816 e 1868. La cicala Italia, dall’Unità in poi, mai.

Seguire il metodo della formica è una soluzione realistica? Serve davvero far scendere, anno dopo anno, il debito in tempo di vacche grasse per uno o due punti percentuali, mettendo poi la testa sotto la sabbia quando le vacche dimagriscono? E ritornare così alla casella di partenza, o peggio. Come scrisse l’economista Thomas Piketty su Liberation nel 2015: “Il premio per l’amnesia va alla Germania, con la Francia buona seconda. Nel 1945, questi due paesi avevano un debito pubblico superiore al 200% del Pil. Nel 1950, era sceso a meno del 30%. Che cosa era successo? Avevano improvvisamente creato eccedenze di bilancio tali da consentire loro di pagare quel debito? Certo che no: fu l’inflazione e il puro e semplice ripudio del debito che permisero a Germania e Francia di sbarazzarsene. Se avessero tentato di costruire pazientemente eccedenze dell’1% o del 2% del Pil ogni anno, ci lavorerebbero ancora adesso, e sarebbe stato più difficile per i governi del dopoguerra investire nella crescita”.

Austria, Germania e Francia sono i paesi che hanno imposto a quelli del Sud Europa di restituire il loro debito pubblico fino all’ultimo euro. Un egoismo miope che minaccia la sostenibilità del sogno europeo e determina l’irrilevanza europea a fronte dello scontro tra il maggior debitore del pianeta, gli Stati Uniti, e il maggior creditore, la Cina.

Napoleone (1769-1821) nacque francese perché i genovesi credettero di sanare il debito sovrano (due milioni di lire genovesi) con il Trattato di Versailles (1768) che diede la Corsica in garanzia al creditore, il Re di Francia. In assenza di condivisione europea del nostro debito, dovremmo forse interrogare la mappa dell’Italia e accettare qualche sacrificio. C’è qualche territorio che aspira a diventare la Corsica del XXI secolo? A 50 euro al metro quadrato bastano 6mila chilometri quadrati, ma si può anche tirare sul prezzo. Quanto è vasto l’Alto Adige, chiamato Tirolo del Sud dalla maggioranza dei suoi abitanti, ai quali l’Austria vorrebbe concedere il proprio passaporto assecondando le aspirazioni di buona parte dei nativi?

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Ue, l’Erasmus ha aiutato il 72% degli studenti a trovare lavoro. E per due terzi degli atenei combatte la discriminazione

prev
Articolo Successivo

Sovranismo, le ragioni del successo elettorale in Italia per classi di reddito

next