Mettere in discussione il cinema di Pedro Almodovar è come sparare a zero sulle stigmate di Padre Pio. Almodovar non si segue, si venera. Per questo Dolor y gloria, in Concorso a Cannes 2019 viene accolto da ovazioni e ditirambi. Invece il 21esimo titolo del regista madrileno è un film noioso, drammaturgicamente scheletrico e sviluppato come un compitino di quinta elementare. Almodovar non ha invenzioni stilistiche da millenni e si vede. O meglio: guardi Dolor y gloria e non si vede niente. Il suo stile è ridotto a lunghe scene di dialogo in interni che si concludono sempre con il proprietario di casa che chiude la porta in faccia all’ospite. Insomma, una scenetta da Vicini di casa con John Belushi. Eppure la disposizione dei mobili pro cinecamera per mostrare gusto, estro cromatico e di design è curatissima. Ma andiamo con ordine, perché lo stillicidio idiosincratico e auto celebrativo di Almodovar si compie con una storia non storia, con un racconto così esangue e puerile che viene promosso al rango di produzione internazionale solo perché ci si produce in famiglia con El Deseo di fratello Augustin. Ci era stato ampiamente annunciato.

Il film è autobiografico. E figuriamoci. Una vita che ha sempre qualcosa da dire per farci un film. Salvador Mallo, un Banderas almodovarizzato ma senza panza e senza pelle rugosa che signori miei c’è una bella differenza, dovrebbe essere un vecchio regista a cui hanno restaurato un film di trent’anni prima e che viene invitato a presentarlo. Il film s’intitola Savor e ne vediamo una locandina peperina (una bocca carnosa con una lingua a forma di fragola che spennella il labbro superiore) che solo Tinto Brass supererebbe in eros perfino bendato. Dicevamo di Banderas vegliardo. Qualcosa di così improbabile e kitsch che nemmeno i maglioncini dalle sgargianti tinte Benetton per l’estate spagnola possono rivitalizzare in due ore di film. Ammesso e non concesso che si digerisca una forzatura così palese e peculiare per il racconto, arriviamo alla sfilata di amici, ex colleghi, ex amanti del protagonista che sviano di continuo l’attenzione dello spettatore dal vero nucleo sicuramente angoscioso di Dolor y gloria: il rapporto totale, timido e coinvolgente di Salvador con la propria madre.

Solo che l’imbalsamazione del ricordo (no, il guizzo meta cinematografico finale non fa ribaltare alcun giudizio, ci spiace) sta tra il cadaverico Mia Madre di Nanni Moretti e una rilettura del terzo episodio (Medici) di Caro diario. Con una Penelope Cruz, in flashback per Salvador bambino, mamma grembo felliniano perenne per Almodovar, solite ciabatte e vestaglie fiorate di cui la Loren ha denunciato la scomparsa dal proprio armadio di scena qualche mese fa. E come Moretti, Almodovar compie quello che alla lunga si rivela un cinema mortifero e spettrale: l’esposizione continua di sé senza essere, ad esempio, un infingardo affabulatore come Fellini. Pedro ha giusto l’accortezza di non mettersi in primo piano come attore, ma è il minimo. Il punto è che per questa categoria di cineasti (Eastwood ad esempio si è creato delle ottime e riuscite scappatoie, oppure si auto trasforma in qualcun’altro) esiste un’adorazione extrafilmica privata che non trova sempre un corrispettivo efficace nei film che girano. Oppure risulta solo quando i cineasti osservatori del proprio ombelico filmano storie di altri e di altro (Parla con lei è un capolavoro, mentre Tutto su mia madre no). Così se non ami il tormento privato del cineasta in questione per proprietà transitiva non riesci ad amare i film che fa. Ed è un limite che prima o poi ti arriva addosso con la straordinaria semplicità di un “chissenefrega” rispetto al racconto.

Dicevamo di Salvador, sofferente di mal di schiena, di dolori dell’anima e della solita modesta malcelata difficoltà di essere star, che prova addirittura, ad un’imprecisata età, l’eroina da fumare e ne diventa dipendente. È Alberto (Asier Exteandia) l’ex protagonista di Savor, uscito da un episodio di Beavis and Butt-head diretto da Kevin Smith, che gli scalda la stagnola e Salvador finalmente si scioglie, aprendo il ricordo della madre e di una sorta di iniziazione fanciullesca all’omosessualità di fronte al bel muratore ritrattista nudo con penzolante e idilliaco pene. Solo che Salvador non risolve granché anzi è pure malato e scopre di avere come una malformazione dentro la gola che lo strozza tanto da portarlo in sala operatoria dopo che si è temuto il peggio. Eroina, tequila, pillole sminuzzate, tisanina, rosari e fruttina sul tavolo: la cifra culturalmente fiammeggiante del nostro è questa. O meglio quel che rimane della sbornia del lungo aperitivo cinematografico flamboyant della Movida iniziato oramai più di trent’anni fa, e che ci aveva sempre convinto il giusto, ma proprio il giusto in un’atmosfera di sgargiante rivoluzione sessuale, oggi appassito definitivamente di fronte ai dettagli in controluce di una Tac al collo del protagonista (almeno Moretti la teneva fuori campo). La regia di Almodovar si riduce ai minimi termini, prova a rendere l’unica trovata visiva della grata/tetto di casa da cui si intravede il cielo (quando con mamma Salvador abitava in  una grotta) una genialata significante alla Bertolucci, e poi leviga, leviga, leviga la superficie delle proprie immagini da renderle così lucide che ci si può perfino pattinare sopra. Insomma per lo spettatore poca gloria e molto dolor. E che nessuno ci venga a parlare di sospensione dell’incredulità e di codici del melò. Tra tutti i 21 film di Almodovar abbiamo sinceramente già dato.

 

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