L’8 maggio 1998 per i bambini della 3C della scuola di Oppido Mamertina, piccolo centro ai piedi dell’Aspromonte, in Calabria, è stato il giorno del dolore e dell’incredulità. Una compagna di classe, Mariangela Ansalone, 9 anni, è stata uccisa insieme a suo nonno, Giuseppe Bicchieri, 54 anni, perché i due passavano casualmente in automobile davanti a un negozio dove si era appena consumato un duplice omicidio, legato alla faida che in quegli anni stava insanguinando il paese e che aveva già fatto 50 vittime. Giuseppe Bicchieri, insieme alla moglie, stava riaccompagnando a casa la figlia e i suoi nipotini quando i killer notarono la loro auto, simile a quella di un familiare delle due persone appena uccise, e quindi aprirono il fuoco anche contro quella famiglia. Mariangela e il nonno non riuscirono a salvarsi.

All’epoca ancora si faceva fatica a pronunciare la parola ‘ndrangheta. Mentre la gente, tanta gente, moriva, non si sa per mano di chi o quale torto avesse commesso. Nonostante l’altissimo numero di vittime nel piccolo centro aspromontano, nessuno sembrava conoscere gli assassini. Per anni, tanti piccoli centri del reggino sono stati teatro di faide e scontri familiari per il potere. Mariangela aveva ottenuto i complimenti dalle maestre per il suo rendimento scolastico, proprio poche ore prima di morire. Era brava a scuola. E si stava preparando per il giorno della festa della mamma: le avrebbe letto la solita poesia piena d’amore.

Anche il 25 ottobre del 2012, a Soriano Calabro, nel Vibonese, c’era una vecchia faida tra famiglie di ‘ndrangheta. Un bravo ragazzo di famiglia onesta, Filippo Ceravolo, 19 anni, tornava da Pizzoni, un paese vicino, dove aveva passato una serata con la sua ragazza e altri amici. Quella era una sera sbagliata, come anche l’auto sulla quale salì. A pochi chilometri da Pizzoni, infatti, qualcuno stava aspettando la Fiat Punto dell’amico di Filippo, Domenico Tassone. Filippo, seduto sul sedile lato passeggero, si trovò improvvisamente colpito da due scariche di fucile, mentre Domenico sopravvisse all’agguato contro di lui. Il papà di Filippo, Martino, chiede ancora verità e giustizia per la morte del figlio.

Nel gennaio 2014 l’Italia intera aprì gli occhi sul fenomeno della morte di giovani e bambini per mano mafiosa. In un agguato a Cassano allo Jonio, infatti, rimase vittima il piccolo Cocò Campolongo, di soli 3 anni, anche lui ucciso e dato alle fiamme insieme al nonno, Giuseppe Iannicelli – vero bersaglio dei killer – e alla compagna, Ibtissa Touss. Fu in quel momento che Papa Francesco invitò i mafiosi a convertirsi.

Ma non basta. A Napoli oggi, 8 maggio 2019, a distanza di molti anni dall’8 maggio 1998 quando Angelica perse la vita “per sbaglio”, Noemi, una bambina di 4 anni, si trova in ospedale in gravi condizioni con “una ferita da guerra”. Anche lei si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. E i proclami di queste ore dovrebbero trasformarsi in azioni, affinché nessuno debba piangere mai più per la morte di un figlio ammazzato per “sbaglio”. Nel nostro Paese, oltre alla corruzione di cui stiamo leggendo in queste ore, la vera emergenza è la mafia e i metodi mafiosi utilizzati anche da criminali comuni che non hanno né regole né scrupoli, e non guardano in faccia né donne né bambini.

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