La procura generale di Palermo ha chiesto la condanna a 9 anni di carcere per l’ex ministro Calogero Mannino, imputato di minaccia a corpo politico dello Stato. I magistrati insistono quindi nella loro ricostruzione del ruolo dell’ex esponente democristiano nella trattativa Stato-mafia. Mannino, che ha scelto il rito abbreviato ed è giudicato separatamente rispetto agli altri imputati, era infatti stato assolto in primo grado per “non aver commesso il fatto”.

“Le acquisizioni probatorie confermano il timore dell’onorevole Mannino di essere ucciso e le sue azioni per attivare un turpe do ut des per stoppare la strategia stragista attivata da Cosa nostra”, ha detto il pg Sergio Barbiera nel richiedere la condanna dell’ex ministro. La richiesta “è priva di ogni fondamento e prova”, ha commentato Mannino all’Adnkronos. “Se prova c’è – dice Mannino – è quella di una pretesa pregiudiziale e fantasiosa. Anche alla stregua della stessa sentenza Montalto. Che tutta la trattativa si riduca alla paura del sottoscritto e dalla sua ispirazione ad un generale dei carabinieri è soltanto una fake-news”. Nel novembre 2015, Mannino era stato assolto dal gup Marina Petruzzella. Nelle motivazioni depositate un anno dopo, la giudice scrisse che l’ex membro del governo già dal 1991 sapeva di essere finito nella lista nera dei corleonesi: per questo motivo chiese protezione al maresciallo Giuliano Guzzelli, al generale Antonio Subranni, a Mario Mori e a Bruno Contrada.

Questi elementi però, nelle oltre 500 pagine di  motivazioni, “risultano non adeguati”, passibili di “varie ragionevoli interpretazioni” diverse da quelle scelte dai pm, e quindi “non sufficienti” per considerare l’ex ministro Dc colpevole di essere l’ispiratore della trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra.  “Non c’è qualcosa, come delle fonti orali o documentali che dimostrino il collegamento tra l’iniziativa dei Ros di interloquire con Vito Ciancimino e l’evento ipotizzato dall’accusa di un accordo tra Mannino e Cosa nostra, per salvarsi e attuare un programma politico favorevole a una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stagista della mafia, le scelte del Governo”, scrisse la Petruzzella nelle motivazioni depositate il 31 ottobre 2016.

“Allo stato degli atti – continuava il giudice – appare improvabile, da un punto di vista processuale – che applica i canoni della gravità e della precisione indiziaria degli elementi di fatto su cui fondare un ragionamento probatorio – collegare il fatto che Mannino si raccomandasse con i Ros alla interlocuzione tra i Ros e Vito Ciancimino e alla scelta di sostituire Scotti col manniniano Nicola Mancino e con le dimissioni successive di Martelli”. Per la procura – che anche in primo grado aveva chiesto la condanna a 9 anni – invece le “acquisizioni probatorie” confermano “le sue azioni per attivare un turpe do ut des per stoppare la strategia stragista attivata” dai corleonesi. La parola passa adesso alle parti civili e alla difesa dell’ex politico. La sentenza dovrebbe essere emessa prima dell’estate.

Nel processo principale, in primo grado, sono stati condannati a 12 anni di carcere gli ex vertici del Ros Mori e Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Marcello Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto gli anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, ventotto quelli per il boss Leoluca Bagarella. Prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci. Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola Mancino: la sua posizione è definitiva poiché non è stata impugnata dai magistratiMassimo Ciancimino, invece, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

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