di Lorenzo Giannotti

Questa che raccontiamo oggi è la breve seppur tormentata storia del disegno di legge 1107 della XVIII legislatura, riguardante le indennità parlamentari, comunemente chiamato ddl Zanda in ossequio all’uomo che gli donò la vita. Il ddl Zanda nasce il 27 febbraio 2019, in una fredda quanto sfarzosa stanza di Palazzo Madama a Roma. L’intento del ddl Zanda e di suo padre è quello di equiparare il compenso dei parlamentari nostrani a quello dei politici che risiedono al Parlamento europeo, attirando subito le impetuose e numerose reticenze dei nemici giurati a cinque stelle: “il ddl Zanda vuole aumentare lo stipendio dei politici, vergogna!”; “ Zanda e la sua proposta di legge vogliono reintrodurre i vitalizi!”; “Zanda padre e Zanda figlio vogliono rispolverare i finanziamenti pubblici ai partiti!”. Insomma, l’esistenza è appena iniziata per il ddl e già ne sta assaporando tutta la mestizia.

Il nuovo segretario del Pd, che il 5 marzo aveva nominato tesoriere del partito proprio Zanda, ripudia il ddl e ne prende le distanze, dichiarando che quella non è una proposta dem, ma solo di un suo senatore. I lettori si staranno chiedendo se Nicola Zingaretti avrebbe potuto scegliere fra altri 786 candidati per il posto da tesoriere. Noi ci limitiamo a dire che sì, forse sarebbe stato più saggio.

15 aprile 2019: il ddl, sempre più cupo e abbattuto, approda in Commissione, fra la rabbia dei detrattori e la preoccupazione dei conoscenti. Ma la strada del ddl continua, parallelamente alle polemiche. Manlio Di Stefano, esponente 5S, in una nota trasmissione televisiva sguaina un manifesto con su il faccione del segretario dem accostato al ddl Zanda, i giornalisti in studio gli fanno notare che quell’opuscolo è un tantinello fuorviante e prontamente arriva la telefonata da casa di Zingaretti, che dichiara di non essersi mai frequentato con il ddl Zanda e di essere solo un caro amico di suo padre.

Il ddl vive sotto una cappa di tristezza da dividere con il proprio artefice, che con spiccato spirito genitoriale non sembra assolutamente intenzionato ad attribuirgli alcun difetto. Poi il colpo di scena! 6 maggio 2019: il senatore Luigi Zanda dichiara, a mezzo bocca, l’imminente ritiro del proprio ddl, per non pregiudicare la reputazione del suo partito politico esposto alle menzogne dei cinici e senza scrupoli nemici, annunciando le incombenti e solenni esequie della propria creatura.

Quella che abbiamo appena esposto è la succinta storia di un ddl sfortunato, che ci rivela la perfidia di una vita che “con una mano dà finché arriva il giorno in cui toglie tutto con l’altra”.

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