Proprio oggi compie trenta anni Disintegration! L’ottava fatica discografica dei Cure, vedeva la luce il due di maggio del 1989 (Fiction/Polydor). Diciamolo chiaramente, a conti fatti, i loro dischi sono divenuti un vero e proprio testamento apocrifo, le cui canzoni appartengono alla reminiscenza composita della musica, non solo quella proveniente dagli anni 80. Ancora oggi, Robert Smith e soci, sono un gruppo a sé stante; nonostante la produzione di dischi sia ferma da qualche tempo (ma pare sia pronto il 14° album), mantengono intatto il proprio allure, ergendosi – a pieno titolo – tra i rari casi musicali capaci di orientare le traiettorie cangianti del rock.

Ora, visto il compleanno, indirizzeremo la chiacchierata all’interno dei meandri infiniti di Disintegration, senza tralasciare, tuttavia, alcune questioni essenziali a loro connesse.

Alla fine dei consueti nove punti, non dimenticate di ascoltare la playlist! È fondamentale per apprezzare in pieno le trame di questo blog, nato nel 2011 proprio su Il Fatto Quotidiano.

E allora cominciamo!

1. Quando si parla di Disintegration occorre fare attenzione. Non stiamo parlando semplicemente di un bel disco, piuttosto di un vero e proprio miracolo; un ritorno al futuro attraverso le origini, bypassando in toto il pop stravagante intercorso ad un certo punto. Con Disintegration la musica dei Cure diviene paradossalmente “chiara”, inequivocabile; agli occhi del mondo è finalmente svelato il vero tratto distintivo della formazione.

2.  Il sound del disco fu uno shock per l’etichetta: “Ero sul punto di sciogliere la band – dice Robert – venivamo da album di grande successo commerciale ma sentivo che le nostre ultime produzioni erano state fraintese, in primis dai discografici ma anche dal nostro pubblico, non potevo sopportarlo, fu proprio questo il motivo che ispirò Disintegration”.