Collegato direttamente dall’abitacolo della McLaren, al giornalista Galvao Boeno di Rete Globo – voce della F1 per la televisione brasiliana – giungono urla sconnesse. Ayrton Senna ha appena vinto per la prima volta il Gp del Brasile a Interlagos. Una liberazione attesa da otto anni, concretizzatasi in maniera drammatica, con la Mclaren a una sola marcia – la sesta – per gli ultimi dieci giri e con Ayrton costretto a uno sforzo fisico tale da impedirgli quasi di sollevare il trofeo: “Ho trovato dentro di me una forza che veniva certamente da Dio. Ho urlato e gli ho chiesto una vittoria che meritavo. Dedico a Lui questo successo”.

Sotto il podio, l’invasione di pista di un popolo che lo ha adorato fin da Phoenix, fin dal 1986. Ma la prima vittoria di Ayrton, l’esposizione della bandiera brasiliana durante il giro d’onore, significano molto di più. Quel giorno il Brasile del pallone viene eliminato ai Mondiali 1986 dalla Francia nei quarti di finale. In un periodo in cui il calcio raccoglie più delusioni che gioie (con la Selecao a secco in un Mondiale dal 1970), Ayrton incarna la rivincita sportiva e sociale di un popolo vessato dalle diseguaglianze e dalla miseria. Lui nato da una famiglia benestante di San Paolo – con origini italiane da ricercare tra Campania e la Toscana – divenne un simbolo degli emarginati e degli esclusi. Una figura che lottava, rischiava e vinceva. Anche con una sola la marcia.

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