“Io sono l’unica tra i miei amici ad avere una casa e mantenermi da sola con un lavoro da freelance. In Italia cosa avrei potuto fare?”. Alice Rugai ha 26 anni e da due vive a Berlino. Frequenta un master in scienze teatrali, lavora part-time in un museo e fa traduzioni da freelance. L’impatto con la Germania non è stato facile: ha dovuto scontrarsi con centri per l’impiego che le hanno negato i benefit e le hanno suggerito tra le righe di tornare a casa, a Viareggio. Ma l’Italia l’aveva delusa: “Basta lavorare in nero, basta lavorare gratis. Qui finalmente mi sento rispettata”. Alice è laureata in Lingue e Letterature straniere a Pisa, con la specializzazione in russo e in inglese. “A Forte Dei Marmi l’estate arrivano molti turisti, pensavo di avere varie occasioni di lavoro. Ho fatto qualche lavoretto, ho insegnato italiano ai bambini russi, ma la maggior parte del tempo lavoravo in nero”.

Finiti gli studi, Alice prova per un po’ a inseguire il sogno di lavorare in teatro. Vince un concorso per l’allestimento di una sua opera, ma il progetto non va in porto: “Non c’erano i soldi e ce lo hanno detto due settimane prima dalla messa in scena. Ci siamo auto finanziati e siamo rientrati nelle spese con le nostre forze, guadagnandoci anche”. Nonostante il piccolo successo, l’esperienza la dissuade dal proseguire la strada del teatro: “Per lavorare nella cultura in Italia devi mettere in conto tanti anni di eterno apprendistato e lavoro gratuito. Anche in Germania l’ambiente culturale è per privilegiati, però dopo tanta e tanta gavetta alla fine lavori. Va bene la passione, ma accetta solo chi se lo può permettere: se devi mantenerti, semplicemente non lo fai”.

Anche in Germania l’ambiente culturale è per privilegiati, però dopo tanta e tanta gavetta alla fine lavori

Per un periodo Alice ha lavorato come insegnante di italiano nello Sprar di Viareggio. “La cosa più difficile è conciliare persone con background molto diversi”. C’era chi aveva fatto l’università, ma anche persone semi-analfabete, che non erano abituate a un ambiente dove degli adulti sono seduti sui banchi a imparare. C’erano anglofoni e francofoni, ma anche chi sapeva scrivere solo in arabo, al contrario. Comunque, nonostante i pochi fondi e le difficoltà, Alice la ricorda come una bellissima esperienza: “Era un progetto che funzionava, offrivamo corsi di educazione civica e si aiutava i ragazzi a trovare casa e lavoro. Un ragazzo è riuscito a prendere la patente, mentre era allo Sprar, per trovare lavoro come autotrasportatore. C’era chi saltava le lezioni o mollava, ma chi si voleva integrare ce la metteva tutta e dopo è tornato a ringraziarci”. Adesso dalla Germania segue le vicende di cronaca con preoccupazione: “Allora non si parlava degli Sprar tanto come adesso. Io ero lì perché sentivo l’esigenza di far qualcosa per i migranti, ma era un lavoro a tutti gli effetti, altro che buonismo”. Riflettendo a posteriori su quell’esperienza, crede che il sistema dell’accoglienza sia un’occasione mancata: “Servono psicologi, insegnanti, medici, interpreti. Insomma, professionisti: si lascia tutto un po’ in mano ai volontari, quando si potrebbero creare tanti posti di lavoro“.

Alice voleva fare un master in Inghilterra, dove era già stata in Erasmus. Ma i costi sono proibitivi: in Germania invece sono gratuiti. Per cercare di integrarsi meglio e perfezionare la lingua, cerca una famiglia in cui fare la ragazza au pair. “Puoi sentirti costantemente al lavoro, o costantemente in una famiglia, dipende da come ti trattano. In qualche modo sei reperibile 24 ore su 24: facevo il bucato, mi occupavo dei bambini e dei pasti, avevo molte responsabilità. Tutte cose che avrei fatto volentieri, se fossero state condivise. Invece la padrona di casa leggeva le riviste e mi chiedeva di andare a sistemare gli armadi. Insomma, mi sentivo una cameriera“.

Così cambia famiglia, e anche se le cose migliorano notevolmente, deve scontrarsi con la burocrazia tedesca per avere i benefit, cioè i sussidi di disoccupazione. “Avevo tutti i requisiti per chiedere quello di tipo B: facevo un lavoretto part-time e un corso di lingua tedesca C1 per accedere all’università. La donna allo sportello è stata veramente scortese, mi ha detto ‘non possiamo pagare tutti’ aggiungendo di tornare in Italia. Ma sono capitata male io, tanti connazionali non hanno avuto problemi”.

Qui in Germania sotto una certa soglia di guadagni non si pagano le tasse. In Italia la partita Iva sarebbe stata proibitiva 

Adesso Alice ha iniziato il master all’università: “Non è che l’università tedesca sia completamente gratuita, io vengo aiutata dalla borsa di studio. Ma il semester ticket per esempio include i trasporti, che costano tantissimo. Se li sottrai dalle tasse universitarie è come se alla fine pagassi 30 euro a semestre. Praticamente da quando studio risparmio”. Ora convive felicemente con un ragazzo italiano e si mantiene con varie attività da freelance. Oltre al lavoro in un museo, ha messo a frutto la conoscenza delle lingue lavorando come traduttrice e mediatrice culturale. La comunità di expat italiani a Berlino è in piena crescita, racconta Alice, perciò il lavoro non manca mai. “Posso lavorare come freelance perché in Germania la partita Iva è gratis, e sotto una certa soglia di guadagni non si pagano le tasse. In Italia sarebbe stato proibitivo”.

Quello che più le piace di Berlino è il melting-pot: è una città giovane, dove si incontrano tante culture diverse: “La società migliora anche dal punto di vista umano: si imparano tante cose, ma soprattutto il dialogo e la tolleranza“. Comunque, non esclude di tornare in Italia: “Vediamo che succede una volta finiti gli studi. Il mio ragazzo progetta di restare, io sono aperta alle possibilità. Non è che odio l’Italia, ci mancherebbe, però sono delusa”. Secondo Alice, il problema più grande è il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori: “Una volta mi hanno preso in prova in un ristorante per la stagione estiva: alla fine, ho dovuto tallonarli per farmi pagare. Due euro e cinquanta l’ora. Tutto in nero. Ma lo stipendio è un diritto, dovrebbe arrivarti a fine mese e basta, non è possibile dover discutere e stressarsi per averlo. Basta lavorare in nero, e basta lavorare gratis: qui mi sento più rispettata, ecco”.

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“In Italia facevo l’artigiano, ma la mia vita era troppo stressante. Qui in Messico ho ricominciato a vivere”

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