Giuseppe Conte mira a una mediazione, i vicepremier rimangono fermi e l’Anci è spaccata in due, con il presidente Antonio Decaro che guida la protesta. La polemica su alcuni commi del Decreto sicurezza, diventato ufficialmente legge lo scorso novembre, non accenna a calare. Tra i provvedimenti che dividono anche al suo interno l’associazione nazionale comuni italiani l’articolo 13, in materia di iscrizione anagrafica, lo stesso che Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, ha deciso di non rispettare, sospendendo qualsiasi provvedimento ‘che possa intaccare i diritti fondamentali’. Ma non solo, anche la stretta sui permessi umanitari e le modifiche agli Sprar destano preoccupazione.

L’articolo 13, stranieri nel “limbo burocratico” – Il provvedimento nega l’iscrizione all’anagrafe, e quindi la residenza, ai richiedenti asilo, concedendola “solo allo straniero con una prospettiva stabile di permanenza sul territorio”. Un procedimento, secondo il Viminale, semplificato, che alleggerisce le amministrazioni, ma che per molti primi cittadini, tra cui il promotore della rivolta, “viola palesemente i diritti umani”. I problemi, secondo il vicepresidente dell’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), Gianfranco Schiavone, non sono legati all’erogazione di servizi primari, come il sistema sanitario o la scuola per i minori, che, come specificato dal Viminale, vengono garantiti (per ottenerli sarà sufficiente il domicilio). “L’iscrizione all’anagrafe è sia un diritto soggettivo che un dovere della pubblica amministrazione perché è il modo che ha il Comune di verificare la presenza di persone nel proprio territorio”, spiega al Fattoquotidiano.it Schiavone, sottolineando come il ‘conteggio’ della popolazione sia necessario per organizzare la vita sociale e i servizi. Anche se gli esclusi dovessero essere poche decine, continua, “verrebbe comunque meno il principio e la funzionalità dell’anagrafe”.

Intaccati maggiormente saranno i servizi ‘di secondo livello‘ per due motivi. “Il primo punto è di tipo applicativo – specifica il vicepresidente – e riguarda il caos che si è venuto a creare. Ci saranno uffici, sia della stessa pubblica amministrazione che, ad esempio, quelli di banche o poste, che non avranno idea della nuova normativa e quindi continueranno a chiedere la residenza laddove sarà sufficiente il domicilio, creando un circolo vizioso”. Un impasse che potrebbe durare molto tempo e che, sottolinea, potrebbe dar luogo a molti problemi per i richiedenti, come quello di trovare un lavoro (possibile dopo 60 giorni di permanenza in Italia anche con un permesso di soggiorno provvisorio) ma non avere un conto dove far versare lo stipendio. “Il secondo problema riguarda il futuro dei richiedenti asilo. Nel periodo di ‘limbo‘ in attesa che la loro richiesta di asilo venga accettata, saranno come inesistenti – continua Schiavone – ne deriva che la loro presenza sul territorio non verrà riconosciuta nel caso abbiano necessità di misure successive (come ad esempio il requisito degli anni di residenza per avere accesso alle case popolari o altri)”.

Per l’Asgi ci sono procedure di accettazione che possono durare anche tre anni, in caso di negazione con ricorso successivo. Periodo in cui gli stranieri avranno vissuto regolarmente in Italia, ma senza ‘esistere’. “È quasi un discorso filosofico – dice ancora Schiavone – Come se gli fosse stato sottratto tempo di vita“. “Perché hanno dovuto creare una categoria nuova? – si chiede Schiavone – Tra il 2015 (anno del precedente decreto ndr.) e il 2018 ci sono stati già diversi contenziosi. Non serviva creare altra confusione”. La norma, ovviamente, non è retroattiva: solo chi avrà richiesto l’iscrizione all’anagrafe dopo il 5 ottobre sarà respinto, chi è già iscritto, invece, rimane nelle liste. “È giusto e normale che i sindaci si siano appellati a questa norma – conclude Schiavone – perché saranno loro in prima persona ad attuare il provvedimento”.

Restrizione protezione umanitaria, minori a rischio e adulti ‘invisibili’ – A destare preoccupazione tra i contrari al decreto sicurezza è anche la restrizione sulla protezione umanitaria, grazie alla quale in Italia nel 2017 è stato concesso il 25% dei permessi di soggiorno: duravano due anni e davano diritto al lavoro, ai servizi sociali e all’edilizia popolare. La nuova normativa, invece, limita la possibilità del permesso di soggiorno umanitario della durata di un anno solo a chi è vittima di sfruttamento o violenze, a chi ha particolari ragioni di salute, e a chi è stato colpito da calamità naturali nel paese di origine. Un cambiamento che, secondo molti primi cittadini, non permetterà il rinnovo (se non in pochi casi) a chi era già in possesso di permesso di soggiorno lasciando molti stranieri privi di diritti e senza la possibilità di proseguire un percorso di integrazione sociale e lavorativa già avviato. “Si va a violare l’articolo 10 della Costituzione – spiega ancora Schiavone – il provvedimento include categorie talmente residuali e discrezionali da violare il concetto di uguaglianza. Il problema si avrà nei procedimenti di richiesta, quando arrivati ai ricorsi, i giudici dovranno riconoscere lo status di asilo costituzionale senza sapere a che titolo darlo, arrivando così ad avere dei protetti senza una reale motivazione, ‘invisibili'”. Diversa la situazione per i minori non accompagnati. Essendo abrogato il ‘permesso di soggiorno umanitario’, sostituito con alcune categorie ad hoc, per gli stranieri che hanno meno di 18 anni le opzioni possibili sono due: richiedere il permesso per minore età (a determinate condizioni come avere il passaporto o essere entrato in Italia da almeno 3 anni), per poi fare richiesta per un permesso per studio, lavoro o attesa occupazione, oppure richiedere la protezione internazionale, con il rischio di allungare i tempi nel caso in cui questa venga rigettata. “Se le procedure dovessero portarsi per le lunghe e un minore arrivasse alla maggior età con un permesso provvisorio, quindi senza iscrizione all’anagrafe – spiega ancora Schiavone – di fatto si ritroverebbe ‘figlio di nessuno’, e senza la possibilità di regolarizzarsi”.

Centri Sprar depotenziati, si perde in integrazione – Secondo il decreto nei centri del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati saranno accolti solo i titolari di protezione internazionale (status di rifugiato o protezione sussidiaria), i minori non accompagnati, i titolari di permesso di soggiorno per cure mediche, calamità, atti di particolare valore civile, i titolari di permesso di soggiorno per casi speciali. Fuori quindi tutti gli altri che saranno riversati nei centri di accoglienza straordinaria (Cas) o nei Cara. Il rischio, secondo i sindaci, è che le amministrazioni si trovino in difficoltà nel dare risposta sociale diffusa sul territorio. Negli Sprar infatti i richiedenti asilo vengono avviati a percorsi di integrazione e al lavoro, cosa che sarà più difficile negli altri centri. Depotenziare gli Sprar, secondo i primi cittadini in protesta significa proprio lanciare nelle città una bomba sociale.