Piero Airaghi ha un sorriso amaro quando parla della Resistenza. “A casa avrò trecento libri che ne parlano, eppure spesso li leggo e non li capisco fino in fondo”. Lui, nato nel 1930, nel 1945 aveva 15 anni. “Nella mia vita non avevo conosciuto altro che l’educazione fascista, la cultura del regime, quel modo di vivere. Era difficile rendersi conto di quello che accadeva”. Dopo la Liberazione, Airaghi si è reso conto di non sapere molto di quello che l’aveva circondato fino a quel momento e così ha deciso di dedicarsi a ricostruirlo. Storico, diplomato all’Accademia di Belle arti di Brera, racconta a ilfattoquotidiano.it i giorni dell’aprile 1945 a Rho, porte di Milano, dove è nato e vive tuttora.

A ballare alla Casa del fascio
Nell’edificio razionalista dove oggi ha sede la Guardia di finanza, c’era la Casa del fascio rhodense, la sede locale del Partito nazionale fascista. Lì furono portati e torturati diversi antifascisti. Per i più giovani, era il posto in cui si potevano prendere a prestito i libri e in cui andare a ballare la domenica pomeriggio. “Per voi, che guardate le cose dalla prospettiva di oggi, noi eravamo dei tontoloni. Ma non era così”, racconta Airaghi dal suo studio pieno di documenti e cimeli, memoria storica della città. Quando Alfonso Chiminello, Alvaro Negri, Pasquale Perfetti e Luigi Zucca, partigiani rhodensi della 106esima Brigata Garibaldi, furono rinchiusi nella Casa del fascio, a fatica ci si rendeva conto della situazione. “Ogni sera dopo il loro arresto mezza Rho si ritrovava lì sotto – ricorda Airaghi – C’erano le mamme degli arrestati, i preti, tanti amici e conoscenti: tutti pregavano i fascisti di lasciarli andare”.

Tra di loro c’era anche Airaghi: “Andavo lì con i miei amici: pregavamo, ma in realtà non capivamo davvero che cosa stesse succedendo lì dentro, né che cosa avevano fatto quei quattro per esserci finiti. Pensavamo che ci sarebbe stato un processo e che poi sarebbero stati liberati”. Chiminello, Negri, Perfetti e Zucca, tutti ventenni, furono torturati per giorni nell’edificio, poi furono caricati su un furgoncino e portati sulla riva del Naviglio Grande nelle campagne di Robecchetto con Induno: lì vennero fucilati e i loro corpi gettati nelle acque del canale. La targa che li commemora, a Robecchetto, a metà marzo è stata vandalizzata da sconosciuti. “Erano ragazzi come noi: lavoravano, frequentavano il bar della piazza, giocavano a biliardo – continua lo storico – Nessuno parlava di politica, nemmeno loro. Solo dopo il 25 aprile 1945 abbiamo scoperto chi erano e che cosa facevano”.

L’antifascismo in Chiesa, tra teatro politico e ricetrasmittenti
A Rho un ruolo importante nella mobilitazione antifascista lo ebbe la Chiesa. Parroco in quegli anni era don Giulio Rusconi. “Don Giulio mal tollerava i fascisti che per questo hanno cercato di bruciargli l’oratorio”, racconta Airaghi. Ma il prete, niente, non mollava. “Nelle farse e nei drammi teatrali in dialetto che scriveva lanciava velati messaggi politici, prevedeva che il mondo sarebbe cambiato, che la democrazia e la libertà avrebbero prevalso. Sempre con cautela, ma lo faceva”. Tra il ’44 e il ’45 il parroco attirò attorno e sé e formò quelli che sarebbero diventati gli amministratori della città liberata: a partire da Agostino Casati, antifascista della prima ora, perseguitato dal regime, prima deportato al campo di internamento di Le Vernet, in Francia, e poi confinato a Ventotene, primo sindaco di Rho dopo la Liberazione.

Anni dopo la fine della guerra si scoprì che anche i Padri Oblati Missionari, storica presenza in città, avevano dato riparo e aiutato a fuggire molti partigiani. I clericali erano anche riusciti a procurarsi una ricetrasmittente con cui comunicavano con le brigate partigiane sparse per il Nord e la Svizzera. “La loro sede era diventata un punto di ritrovo per i grandi antifascisti milanesi, non solo per preparare l’insurrezione ma anche per affrontare il caos totale che ci sarebbe stato dopo – racconta Airaghi – Ovviamente al tempo era tutto segreto. I fascisti sapevano che a Rho c’era una situazione di questo tipo, ma non sono mai riusciti a scovarla”.

Giorno della Liberazione
Il 25 aprile 1945 fu ancora un giorno di combattimenti e di morte a Rho. “Noi vedevamo i partigiani andare verso il Municipio, dove c’era il comando tedesco, e sentivamo nell’aria che l’atmosfera era diversa, che c’era un fermento nuovo… La gente non andava a lavorare, io non ho dormito per tre notti”. In quelle ore più che mai, Airaghi stava incollato all’apparecchio a tre valvole che si era fabbricato con l’aiuto di un amico radiotecnico. Con quello riceveva Radio Londra che dava la Liberazione per imminente. In città l’annuncio arrivò il 26 aprile. Il partigiano Casati e l’oblato missionario Padre Giovanni Battista Reina coordinarono le trattative con i nazisti e ottennero da loro la resa incondizionata. Alle 17 uscirono ad annunciarlo ai concittadini. “Non avevo mai visto la gente così allegra – ricorda Airaghi – I bombardamenti, i familiari in guerra, la fame, la miseria, la paura di parlare e di essere denunciati, interrogati, picchiati: era tutto alle spalle”. La grande festa fu il 1° maggio. “Furono due giorni di balli, canti, pane e vino offerti a tutti”. Un caos gioioso andava a chiudere un’era di cui i ragazzini di allora non sempre avevano colto le implicazioni più profonde. “Ma la libertà non c’è bisogno di spiegarla, quando c’è la senti – continua il rhodense – È la gioia che ti prende quando capisci che si va finalmente verso un rinascimento totale. È qualcosa che vibra dentro”.

La voglia di recuperare
“A volte penso che noi, ragazzini di allora, abbiamo conosciuto veramente il fascismo dopo il 25 aprile 1945 – prosegue lo storico – I metodi del regime erano subdoli: per esempio, dato che mio padre morì in un incidente sul lavoro quando io ero piccolo, i fascisti ci telefonavano regolarmente, ci mandavano pacchi di doni, libri e quaderni. Io le parole ‘democrazia’ e ‘libertà’ le ho sentite pronunciare solo dopo il ‘45”. A Liberazione avvenuta, fu il momento di mettersi in pari con la storia. “Ci prese una voglia di leggere, di approfondire, di conoscere quel periodo – racconta ancora – Si moltiplicavano le pubblicazioni, le conferenze, i dibattiti, tutti ne parlavano. A posteriori io e i miei coetanei abbiamo riconosciuto gli anni di educazione e di cultura persi, rapiti dal fascismo”. “Però – sorride – sono convinto di aver recuperato tutto”.

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