Un formulario riguardante il conferimento di 6 mila chili di zinco. È da questo documento che parte l’inchiesta dei carabinieri del Noe di Trento per cercare di ricostruire la strana movimentazione di bare, con resti umani all’interno, che è stata scoperta a Scurelle, nell’Alta Valsugana, in provincia di Trento. In una specie di capannone, in realtà un manufatto industriale semiabbandonato, una sorta di officina (la ex Samatec) dove c’erano anche rifiuti, sono state trovate 27 bare ammassate. Tre operai erano intenti al lavoro, ovvero a trasferire i resti umani in sacchi di nylon e quindi in scatoloni, da avviare alla cremazione. Le bare venivano divise nella parte in legno e in quella in metallo, da rivendere.

“Per il conferimento dello zinco vanno compilati dei formulari – spiega il luogotenente Renato Iannello del Noe di Trento – ne abbiamo trovato uno risalente ad appena due giorni fa, con un quantitativo di 6mila chili di zinco. È su questa base che abbiamo calcolato che in quel capannone siano state trattate almeno 300 bare”. Ogni bara, infatti, contiene dai 15 ai 20 chili di zinco e basta una semplice operazione aritmetica per formulare quella che è più di una ipotesi. Anche perché gli operai avrebbero confermato che quello era il lavoro che svolgevano da qualche mese.

Ma da dove provenivano le bare? Da cimiteri finora localizzati in Veneto, in provincia di Vicenza, di Treviso, di Padova e di Venezia. Si tratta di esumazioni di tombe e loculi autorizzate, di casse da morto che sono state sepolte una trentina di anni fa e che dovevano essere avviate alla cremazione, in forni localizzati a Padova ed Alessandria. Secondo gli investigatori, invece di portare le casse direttamente in quelle strutture, i resti umani venivano chiusi nei sacchi, per essere cremati senza cassa. Il che comporta un risparmio di 400 euro per bara, visto che la tariffa in un caso è di 800 euro, nell’altro di soli 400 euro. Poi le casse venivano spaccate, dividendo il legno dallo zinco. I due materiai – sempre stando alle indagini – seguivano due strade diverse verso luoghi di smaltimento e vendita.

“L’operazione riguardante i resti umani avviene solitamente in cimitero, in luoghi attrezzati, dove è assicurata una maggiore dignità – spiega il luogotenente Iannicello – abbiamo trovato resti per terra, in mezzo ai rifiuti”. L’inchiesta della procura contesta i reati di vilipendio di cadavere e di gestione illecita di rifiuti a una cooperativa, la “Linea Momenti” di Pergine Valsugana, che possiede l’autorizzazione per il trasporto di defunti. Indagato il responsabile Guido Beber, che però respinge le accuse. “Ogni salma entrata nel capannone di Scurelle aveva un’autorizzazione comunale per la cremazione”, spiega l’avvocato Stefano Frizzi, legale dell’imprenditore.

E la separazione delle spoglie dei defunti dalle casse funebri sarebbe un’operazione prevista e regolamentata da norme precise. “Lo smaltimento dei rifiuti da parte della cooperativa è sempre stato regolare, come documentano i formulari – continua il legale – Beber è un intermediario, non ha rapporti diretti con i familiari. Sono i privati che si rivolgono alle pompe funebri concordando il trasferimento alla cremazione della bara con le spoglie mortali oppure la traslazione, che prevede la separazione dei resti del defunto dalla cassa di legno e di zinco”. Vilipendio? “Non c’è stato, si parla di tumulazioni ventennali, ossia di salme estratte da loculi o da terra dopo 20 anni”.

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