A Kvalsund nel Finnmark, la regione più settentrionale d’Europa, nel profondo Circolo Polare Artico, il governo norvegese ha deciso di sfruttare il più grande giacimento di rame del Paese. Circa 72 milioni di tonnellate, secondo Nussir ASA, la compagnia mineraria norvegese (proprietaria di tutti i diritti minerari) che gestirà la miniera.

Il progetto è stato approvato dopo sette anni dal primo via libera dei funzionari locali. Perché? “Semplice”. Il piano di estrazione contribuirà “positivamente alla comunità locale, con nuovi posti di lavoro e competenze”, promette Torbjoern Roe Isaksen, ministro norvegese dell’industria. Non solo questo. Il ministro sostiene anche che “la transizione ecologica dipende dall’estrazione di minerali di vario tipo che vengono utilizzati in nuove tecnologie come pannelli solari, turbine eoliche e auto elettriche”.

Sarà pure così, ma le popolazioni locali e soprattutto i pastori e i pescatori Sami, insieme a diverse associazioni ambientaliste, hanno manifestato forti perplessità, fin da subito, dichiarando di essere pronte a unire le forze per bloccare il cantiere. I motivi sono molteplici, ma tutti concreti, considerando come l’ambito geografico sia già in sofferenza. Per le fuoriuscite di petrolio e il bracconaggio e poi anche a causa del surriscaldamento globale, manifestatosi con lo scioglimento dei ghiacciai, che ha consentito il passaggio alle navi in habitat incontaminati e aperto opportunità commerciali per l’estrazione di risorse nel territorio.

Il timore condiviso è che il programma si possa espandere nel tempo coinvolgendo altri siti minerari, contribuendo a un forte deterioramento del territorio. Ma si teme anche che le lavorazioni possano stravolgere il paesaggio da favola, con al centro il piccolo villaggio di case in legno dipinto sul Repparfjord. Senza contare che il piano di creare una miniera di rame prevede ovviamente anche lo scarico dei rifiuti minerari nella costa di Repparfjord, in un bacino sottomarino sul fondo del fiordo attraverso una condotta di plastica lunga due chilometri. Fino a 6.500 tonnellate di fanghi tossici, carichi di sostanze chimiche e metalli pesanti, ogni giorno. Due milioni di tonnellate ogni anno, l’equivalente di 17 carichi di camion ogni ora. Una minaccia alla riproduzione del salmone atlantico. Nonostante la compagnia Nussir affermi che, terminato lo sfruttamento dell’area previsto per una ventina di anni, la vita nel fiordo tornerà normale in un arco di tempo compreso tra tre e dieci anni.

Ma sono in molti a non crederci. “Uno dei progetti industriali più dannosi per l’ambiente nella storia norvegese“, a detta di Silje Ask Lundberg, leader di Friends of the Earth Norway. Dannosi per l’ambiente, ma anche per la fragile economia locale, incardinata sulla pesca di salmoni e merluzzi e la caccia alle renne. Possibile che il governo non abbia pensato alle conseguenze che il via libero al progetto avrebbe potuto provocare? La Norvegia non sembra mostrare particolare attenzione alla salvaguardia dell’ambiente. Non per nulla è l’unico Paese in Europa, uno dei cinque al mondo, che consente alle compagnie minerarie di scaricare i rifiuti solidi delle miniere direttamente in mare. Le ragioni utilizzate dal governo norvegese per cercare di dare autorevolezza ad questa operazione sono le medesime di quelle accampate da altri Paesi in molte altre circostanze. Il profitto è un mantra. I rischi ambientali, ancora inascoltati.

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