Nell’aprile del 2013, dopo le elezioni politiche che sanciscono la “non vittoria” della coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani e il fallimento delle trattative con il Movimento 5 stelle per formare un governo con il Pd, si insedia a Palazzo Chigi Enrico Letta. Ed è proprio nei mesi successivi che scatta per la prima (e per ora ultima) volta la clausola di salvaguardia. Inizialmente posticipata di tre mesi con un apposito decreto, nell’ottobre 2013 l’aliquota intermedia dell’Iva sale al 22 per cento. Con il gettito che ne deriva di fatto il governo italiano si libera di quel cappio introdotto da Tremonti nel 2011. Eppure questo strumento inizia a fare gola, perché permette di realizzare investimenti o aggiustare i bilanci semplicemente posticipandone il “conto” per le casse dello Stato. Così lo stesso Letta decide di introdurre una nuova clausola di salvaguardia: più contenuta rispetto alla precedente, prevede un gettito di 3 miliardi per il 2015, 7 per il 2016 e 10 miliardi per il 2017. L’incasso, derivante non dall’Iva ma di nuovo da un taglio delle agevolazioni fiscali, sarebbe scattato nel caso in cui non il governo non fosse riuscito a operare una revisione della spesa pubblica di pari entità (non a caso, infatti, in quei mesi torna a Roma Carlo Cottarelli con l’incarico di individuare le uscite da sottoporre a spending review). In realtà Letta non fa in tempo ad andare avanti con il suo progetto che, con un mesto passaggio di campanella, viene succeduto a Palazzo Chigi da Matteo Renzi.

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