L’incontro tra Greta Thunberg, la 16enne svedese che guida la protesta globale contro i cambiamenti climatici, e papa Francesco, che con l’enciclica Laudato Si’ ha indicato le profonde connessioni tra difesa del clima, pace, accoglienza e giustizia sociale, sembra la chiusura di un cerchio. Da un lato la giovanissima attivista che dice di non avere tempo per Donald Trump, dall’altro il papa che con fatica struggente si inginocchia e bacia le scarpe dei leader del Sud Sudan per chiedere di “rimanere nella pace”. Fragili, eppure forti entrambi di una chiara visione della catastrofe, si incontrano mentre in Italia, in Europa e nel mondo sempre più viene criminalizzata la figura di chi protesta, di chi pratica la solidarietà in mare e alle frontiere, di chi inventa forme di accoglienza, di chi si oppone alla distruzione dell’ambiente.

Secondo l’ultimo studio di Global Witness, solo nel 2017 sono state uccise 207 persone, quattro ogni settimana, in 22 Paesi del mondo, perché cercavano di impedire costruzioni di dighe, deforestazioni, trivellazioni che minacciavano il loro territorio. Il 3 aprile 2019, nello stato messicano di Morelos, è stato assassinato Samir Flores, attivista impegnato con le comunità indigene a contrastare un grande progetto energetico che prevede la costruzione di due centrali termoelettriche e un gasdotto di 160 chilometri. Sempre il 3 aprile, in Perù, è stato ritrovato il corpo carbonizzato del missionario britannico Paul McAuley, che da anni lottava a fianco delle tribù amazzoniche contro potenti interessi petroliferi e minerari. Secondo i ricercatori del Global Witness, “gli attivisti locali sono uccisi perché i governi e le società fanno facili guadagni a scapito della vita umana”.

Durante la dittatura argentina furono soprattutto gli attivisti a scomparire. I generali vedevano come nemici da eliminare non solo i guerriglieri dell’Erp e i montoneros – in qualche modo comprensibili sul piano dello scontro militare – ma gli studenti, gli alfabetizzatori, i giovani avvocati e medici che andavano nelle favelas ad aiutare i più poveri, gli “scartati”. Sono gli attivisti, quelli che hanno un’idea “altra” del mondo, i veri nemici dei regimi. E oggi siamo in un regime globale, dove i “facili guadagni a scapito della vita umana” sono anch’essi globali e mettono a repentaglio la vita sul pianeta. Un regime immateriale che in questo momento è spiazzato da Greta, dalla sua figura imprendibile, che da più parti si cerca di ridurre e inglobare.

Gli attivisti sono persone pacifiche, armate solo di un’idea di giustizia, eppure fanno paura. Li si deve irridere, rendere inoffensivi, o mettere a tacere. Papa Francesco, che negli anni del golpe si trovava a Buenos Aires, nel suo percorso di pontificato sembra aver assunto la tutela dei desaparecidos, la difesa delle loro idee e della loro visione di giustizia sociale. Ha accolto in Vaticano i rappresentanti dei movimenti popolari di tutto il mondo, ha abbracciato nella Laudato Si’ la teologia della liberazione e la filosofia andina della Terra madre.

E ora Greta, poco più che una bambina, dice con serietà cristallina quello che tutti cerchiamo di ignorare: la necessità di prendere coscienza del pericolo non astratto ma imminente dell’estinzione della vita umana sulla Terra. Un movimento mondiale si sta organizzando seguendo il suo esempio, per giungere a un cambiamento radicale degli stili di vita, a una conversione
ecologica che riporti produzione e consumo entro i limiti della sostenibilità, a una politica che impedisca a multinazionali e governi di depredare acqua, terra e risorse causando milioni di sfollati e profughi.

L’incontro tra Greta e Francesco è un appuntamento simbolico – fosse solo per l’accostamento delle due figure – che dà respiro a tutti coloro che, credenti e non credenti, pensano che la difesa della Casa comune e della ricchezza del vivente sia il solo argine alla distruzione delle istituzioni democratiche, della pace e, in tempi solo di poco più lontani, della vita sul pianeta.