Lo avevano ribattezzato il “pescatore di bombe” perché recuperava dal fondo del mare gli ordigni inesplosi della Seconda guerra mondiale. Poi li passava ai boss di Cosa nostra che avrebbero riutilizzato quelle bombe anche per uccidere Giovanni Falcone. Per vent’anni Cosimo D’Amato ha custodito i segreti delle stragi, vivendo tranquillamente nella borgata marinara in provincia di Palermo in cui era cresciuto. Poi nel 2012  il pentito Gaspare Spatuzza ha fatto il nome di un tale “Cosimino“, fornitore dell’esplosivo utilizzato per gli attentati del 1992 e 1993. Le indagini della Dia e delle procure di Firenze e Caltanissetta risalarino quindi a D’Amato: era incensurato ed estraneo a Cosa nostra, ma cugino del boss Cosimo Lo Nigro. Grazie alla consultazione delle informative dell’epoca, venne arrestato, processato e condannato all’ergastolo. Fece in tempo anche a pentirsi prima di morire nel 2017. Ora però gli investigatori hanno un timore: che in futuro non possa esserci un nuovo caso D’Amato. E che gli uomini delle stragi ancora mai individuati rimangano per sempre impuniti.

Rischio mutilazione per le banche dati – Un’ipotesi che potrebbe diventare reale a breve. Il ministero dell’Interno, infatti, sta riscrivendo il regolamento che disciplina l’utilizzo del Ced: è il centro elaborazioni dati gestito dalla Direzione centrale della Polizia Criminale. In pratica il “cervellone” centrale che amministra le varie informazioni raccolte dallo Sdi, il Sistema d’indagine, cioè il software dove tutte le forze di polizia – quindi anche carabinieri e guardia di finanza- inseriscono informazioni su soggetti attenzionati a vario titolo dagli investigatori: chi incontrano, chi frequentano, dove soggiornano e con chi sono imparentati.  Uno strumento importantissimo soprattutto per le indagini più complesse e datate: dalla mafia, al terrorismo fino alle stragi. Solo che essendo un database in cui sono archiviate migliaia di informazioni personali, il Ced dipende ovviamente dai controlli del Garante della privacy. E le nuove regole potrebbero presto mutilare  la banca dati degli investigatori. Tutto, appunto, in nome della privacy.  Il nuovo regolamento sul Ced, attualmente in fase di scrittura, dovrà infatti recepire le indicazioni contenute nel decreto del Presidente della Repubblica del 15 gennaio 2018. È il Dpr – in vigore dal 29 marzo dell’anno scorso – che recepiva la direttiva europea del 2016 sul trattamento dei dati personali da parte delle autorità ai fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzioni di sanzioni penali. È seguendo quel decreto che i tecnici del Viminale stanno scrivendo le nuove regole per l’utilizzo del Ced.

“Anche la cancellazione di un solo dato è essenziale” – Solo che il Dpr prevede un termine massimo oltre il quale le informazioni su una persona che ha commesso un reato, è stata condannata e quindi detenuta, devono essere cancellate. “Spero che si tenga conto che la cancellazione di dati sensibili può pregiudicare l’efficacia di possibili investigazioni su omicidi e stragi di mafia e terrorismo. Fatti imprescrittibili in relazione ai quali l’importanza di un dato può rivelarsi essenziale anche a distanza di decenni”, dice Nino Di Matteo, pm della Direzione nazionale antimafia, esperto delle indagini sulle stragi. “Il frutto di anni di indagini, controlli e procedimenti penali ad oggi conservati nella banca dati interforze Sdi, verrebbero definitivamente cancellati senza nessuna possibilità di recupero degli stessi, causando l’impossibilità di ricostruire eventi delittuosi, carriere criminali o collegamenti tra organizzazioni malavitose”, dice Giuseppe Tiani, segretario del sindacato di polizia Siap. Il sindacalista ha scritto al Viminale per segnalare il “rischio tabula rasa” corso dalla banca dati delle forze di polizia. I termini di cancellazione delle informazioni presenti in archivio sono esplicitati dall’articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica. Chiunque sia stato sottoposto ad una misura interdittiva o cautelare, ed è stato poi  condannato, dopo 20 anni dalla cessazione di tali misure non avrà più elementi relativi a quel precedente nello Sdi. In pratica se un soggetto commette un reato all’età di vent’anni e viene condannato a dieci anni di carcere, a 50 vedrà completamente “ripulita” la sua pagina negli archivi degli investigatori. Lo stesso accade quando un giovane di 20 anni è colpito da una misura di prevenzione che dura, per esempio, tre anni: 25 anni dopo quell’informazione sarà eliminata dallo Sdi. A 48 anni gli investigatori non avranno alcuna notizia su quel precedente.

Termini aumentati per reati gravi. Ma non basta – Dopo lo stesso periodo – 25 anni, ma da calcolare dopo il passaggio in giudicato della sentenza – dovranno essere eliminati tutti dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusa con sentenza di condanna. “Ma in questo modo  l’autorità giudiziaria non potrà fare le sue valutazioni per il rilascio di licenze o autorizzazioni. Questo è un Paese dove i mafiosi da giovani criminali di strada diventano colletti bianchi. Se si azzerano le condanne subite in gioventù, come faremo a sapere se quell’imprenditore è una persona perbene o un affiliato a camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta?”, fa notare Tiani. In realtà il rischio che le informazioni sugli indiziati per reati gravi venga cancellato in tempi più o meno brevi dovrebbe essere scongiurato. È lo stesso decreto del presidente della Repubblicaa prevederlo. L’articolo 4 del Dpr, infatti, aumenta dei due terzi i termini di conservazione per i dati relativi a tutta una serie di reati gravi: l’associazione a delinquere di stampo mafioso, terrorismo, pedofilia a pedopornografia, prostituzione minorile, accesso abusivo a sistema informatico, intercettazione abusiva, frode informatica, devastazione, saccheggio e strage, omicidio, rapina, estorsione, sequestro di persona. Per tutti questi casi, dunque, i dati sui soggetti condannati vanno eliminati non dopo 20 anni ma dopo 34, quelle sulle indagini dopo 41 anni. Un limite più alto, certo, ma che potrebbe non bastare in un Paese che non ha mai chiuso le indagini sulle stragi di 40 o 50 anni fa. E che soprattuto non fa i conti con chi è riuscito a rimanere nell’ombra per anni dopo aver avuto un ruolo in delitti efferati. Il caso di D’Amato è un esempio tipico: il pescatore di bombe era incensurato e viene tirato in ballo da Spatuzza vent’anni i fatti. Con le nuove regole il suo nome sarebbe stato eliminato dai database degli investigatori e individuarlo sarebbe stato praticamente impossibile. Insomma: il rischio è che – nonostante l’aumento dei due terzi per i reati gravi – gli investigatori possano avere seri problemi nelle indagini. È per questo motivo che procure e uffici di polizia giudiziaria attendono con ansia di capire come sarà scritto il nuovo regolamento.

Cancellate le notizie sul porto d’armi – Ma non solo. Perché a parte gli insospettabili coinvolti in stragi e delitti eccellenti, a baneficiare delle nuove norme in fase di elaborazione sarebbero anche delinquenti minori. Ad dover essere cancellate, infatti, sono anche le imformazioni legate a nulla osta, licenze, autorizzazioni di polizia e persino le informazioni relative al possesso di un’arma.: vanno eliminate dal database cinque anni dopo la vendita o la rottamazione. Quindi se dieci anni dopo l’omicidio irrisolto di Tizio la polizia comincia a sospettare su Caio, non potrà sapere se all’epoca dei fatti lo stesso Caio avesse in casa un fucile o una pistola. Caio è l’assassino di Tizio: ma nessuno – in nome della privaxy – lo saprò mai. Ovviamente la pulizia degli archivi deve riguardare anche le archiviazioni e le assoluzioni: ogni riferimento va eliminato a 20 anni dal passaggio in giudicato della sentenza. Da cancellare dopo “appena” 15 anni sono anche i dati relativi ad indagini che non hanno dato luogo a procedimento penale.

L’informativa al Viminale – Ecco perché Tiani ha inviato al ministero dell’Interno un’approfondita informativa che spiega la situazione. “Abbiamo chiesto al Viminale un approfondimento relativo ad alcune piccole specifiche per ridurre gli effetti sfavorevoli di tale revisione, garantendo sia la privacy di ogni singolo cittadino, sia la possibilità di conservazione e fruizione delle informazioni attualmente presenti al Ced da parte delle forze di polizia”, dice il sindacalista. “Per noi – aggiunge Tiani – non è in discussione il legittimo diritto alla privacy dell’individuo purché ciò non porti a perdere di vista il fatto che gli elementi contenuti nella banca dati interforze afferiscono ad informazioni e ad eventi di polizia raccolti per la tutela della sicurezza pubblica e per il bene di tutti cittadini”.

Twitter: @pipitone87

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