Non solo l’inchiesta penale, che si puntella su quell’accordo assicurativo tra compagnie, anomalo e segreto per 27 anni. Ma anche una causa civile per accertare le responsabilità dello Stato nella morte dei 140 tra passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo del Moby Prince, il traghetto che la sera del 10 aprile 1991 andò a fuoco dopo essere entrato in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, a due miglia e mezzo dal porto di Livorno. Un’azione legale, condotta da un pool di avvocati di Livorno, Pisa e Milano, che prende impulso – così come l’indagine della Procura, la terza in 28 annidalle conclusioni della commissione d’inchiesta del Senato. Una strategia analoga a quella dei familiari delle vittime di Ustica che poi hanno visto riconosciuta la loro tesi: non solo il fatto che lo Stato non abbia tutelato i propri cittadini sull’aereo Itavia, ma anche l’incapacità dello Stato (leggi depistaggi) nella ricerca della verità sull’abbattimento del DC-9. La causa, fanno sapere i legali, sarà nei confronti della presidenza del Consiglio, del ministero della Difesa e del ministero dei Trasporti.

Al momento partecipano alla causa circa 40 famiglie. “Ci saranno entrambe le associazioni dei parenti” precisa Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby, Ugo. La causa sarà depositata il prossimo mese al tribunale di Firenze. L’avvocato Stefano Taddia è tra i 5 legali che porteranno avanti la causa, insieme al professor Paolo Carrozza del foro di Pisa, Paola Bernardo di Livorno e Sabrina Peron ed Ugo Milazzo di Milano. “Il lavoro della commissione ha consolidato alcuni punti – spiega Taddia – La petroliera si trovava dove non avrebbe dovuto essere e le persone a bordo del traghetto non sono morte tutte in mezz’ora”. La sopravvivenza a bordo, si legge nella relazione finale della commissione del Senato, in alcuni casi sarebbe durata ore. Quindi il ritardo dei soccorsi e il mancato intervento a bordo del traghetto sono finiti sotto una luce diversa.

Per Ustica è stato chiamato in causa lo Stato in virtù del “contatto sociale”: il rapporto giuridico presente tra la pubblica amministrazione e il cittadino che prevede un obbligo di protezione e diligenza degli organismi pubblici nei confronti dei cittadini. “Era compito della Capitaneria di Porto di Livorno garantire la sicurezza in mare – continua Taddia – sia per quanto riguarda la posizione in rada della petroliera sia per quanto riguarda il coordinamento dei soccorsi”. “Non dobbiamo essere noi a ricostruire l’evento ma è la controparte che deve dimostrare il contrario” precisa Taddia. Così anche la causa civile – parallela all’indagine penale – potrà essere uno strumento utile a far emergere ulteriori elementi sulla vicenda: “Intanto chiederemo un accertamento sulle responsabilità, riservandoci in un secondo giudizio di chiedere eventuali danni”.

Se l’inchiesta penale ha davanti a sé un sentiero più stretto per via della prescrizione – superabile solo se fosse contestata la strage -, la causa civile ha più margine, spiegano gli avvocati: il tempo a disposizione dei familiari per far valere i propri diritti è partito dal momento della pubblicazione della relazione finale della commissione d’inchiesta. Un anno fa, ventisette anni dopo la tragedia.

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