Se si chiamasse Eusebio, magari sarebbe addirittura stato vicino all’esonero, come è successo a Di Francesco alla Roma, crocifisso per colpe non sue. Se si chiamasse Stefano, magari la società avrebbe fatto un duro comunicato di delusione sugli ultimi risultati, come ha appena fatto la Fiorentina con Pioli. Se si chiamasse Luciano, la dirigenza starebbe già programmando la prossima stagione con un altro tecnico, come fa l’Inter per il post-Spalletti. Per sua fortuna si chiama Carlo, Ancelotti di cognome: l’allenatore delle tre Champions League e delle vittorie in tutta Europa, il maestro del bel gioco con cui è un piacere parlare di calcio, signore indiscusso dentro e fuori dal campo. Sarà per questo che nessuno lo critica, anche se il campionato del suo Napoli è un mezzo fallimento.

Il suo ritorno è stato molto importante per la Serie A. A Napoli da quando è arrivato sono tutti in un brodo di giuggiole: il presidente De Laurentiis non fa altro che parlare di aprire cicli pluriennali, i tifosi sono innamorati persi del suo gioco, la duttilità tattica, la capacità di sfruttare la rosa col turnover. A sentir loro, sembra la miglior stagione del Napoli da chissà quanti anni a questa parte. Non è proprio così.

Quest’anno il Napoli è la squadra maggiormente peggiorata di tutta la Serie A: -13 punti rispetto al 2017/2018. Soltanto il derelitto Chievo Verona, ultimissimo e praticamente già retrocesso, ha un confronto più negativo con lo scorso anno, e neppure di tanto (-15, togliendo i 3 di penalizzazione). Le grandi delusioni del campionato, cioè il Bologna (-8), la Roma (-9), persino Fiorentina e Lazio (-11), hanno comunque un saldo migliore del Napoli. Che un anno fa di questi tempi con Sarri si giocava lo scudetto (e quasi lo vinceva, se non fosse stato per il famoso e controverso finale di Inter-Juve), oggi vivacchia al secondo posto, staccato venti punti dalla vetta.

La squadra è praticamente la stessa: in estate non è stato toccato nulla, se ne sono andati Reina e Jorginho (più Hamsik a gennaio), sono arrivati Meret e Fabian Ruiz. Equilibri invariati. L’unico vero cambio è stato in panchina: via (per giunta in malo modo) Sarri, ecco Ancelotti. Ed è questa la differenza. Certo, non è semplice prendere una squadra che aveva già toccato il suo apice: probabilmente è la stessa ragione per cui ha lasciato Sarri. Ancelotti ha dovuto smontare una macchina quasi perfetta e ricostruirla in maniera diversa ma con gli stessi pezzi: per strada così si sono persi molti punti, e in verità anche tanto spettacolo perché quel Napoli era una gioia per gli occhi. Ancelotti, però, è indietro anche rispetto al primo anno di Sarri (-3 punti), in cui comunque la squadra era rimasta a lungo a contatto con la Juventus. Insomma, i confronti col passato cominciano a farsi pesanti. Eppure nessuno si lamenta.

Forse perché c’è sempre la coppa: l’Europa League (che non è la Champions, dove gli azzurri hanno buttato via una qualificazione possibile in un girone impossibile) è un grande obiettivo e rappresenta una chance concreta di tornare a vincere qualcosa di importante a distanza di decenni. O forse, semplicemente, ci sono certi allenatori che godono di quella che si dice “buona stampa”. Uno, tanto per fare un esempio, è Roberto Mancini, trattato con i guanti in nazionale, molto più dei suoi predecessori, anche nei suoi primi difficili mesi. Ancelotti fa parte della stessa schiera, ed in più è amatissimo dai tifosi. Non è un rimprovero, semmai un merito: ci vogliono anche recensioni positive e il giusto clima d’armonia intorno per costruirsi una grande carriera. Con il suo prestigio, la sua tranquillità, la sua autorevolezza Ancelotti fa passare in secondo piano la classifica; è come se il suo nome desse una percezione diversa di una stagione fin qui deludente. Nel calcio, però, alla fine contano solo i risultati, che non gli sono mai mancati: per questo il suo Napoli deve per forza vincere l’Europa League. Altrimenti anche per lui arriveranno le critiche. Nonostante si chiami Carlo Ancelotti.

Twitter: @lVendemiale