Le primizie del rapporto nevrotico tra la città di Taranto e l’Ilva risalgono, inaspettamente, a pochi anni di distanza dall’insediamento del complesso siderurgico. É il 1971. In discussione vi è il progetto per l’ampliamento dell’impianto che avrebbe dovuto consentire di passare da una produzione massima di acciaio di 5,7 milioni di tonnellate all’anno a una di 10,3. Le resistenze al piano di “raddoppio” si erano rapidamente moltiplicate. I sindacati, il consiglio comunale, l’amministrazione provinciale, Italia nostra. L’Unità titolava: “Taranto, mille miliardi per un cappio d’acciaio”, criticando le conseguenze nefaste di uno sviluppo economico concepito esclusivamente in funzione della siderurgia, che ignorava il territorio, le potenzialità dell’agricoltura, l’assetto urbanistico, gli interessi delle piccole e medie imprese, l’avvenire delle migliaia di operai edili che sarebbero stati coinvolti nei lavori di ampliamento e che avrebbero dovuto subire, a costruzione finita, il fenomeno della disoccupazione di ritorno.

Il 1971 è anche l’anno in cui per la prima volta gli operai e i tarantini possono disporre di dati empirici sull’inquinamento atmosferico. Dieci centraline avevano monitorato per un anno le emissioni dell’Ilva. Diverse sostanze gassose, e il particolato. Le polveri, quelle più nocive, le più sottili, nell’area industriale presentavano una concetrazione dieci volte quella rilevata nel resto dell’abitato. L’attenzione delle autorità locali si era soffermata anche sull’impatto nell’ecosistema marino. Alla fine del 1970, l’Italsider era stata diffidata dal prefetto, poi dal sindaco, perché rimediasse al problema delle acque di scarico.

La luna di miele tra il capoluogo ionico e la nuova industria si era rivelata effimera. La prima pietra era stata posata nel luglio 1960. I lavori erano stati completati esattamente nei tempi previsti. Per l’inaugurazione, il 10 aprile 1965, erano presenti il presidente del consiglio Aldo Moro, accompagnato da alcuni ministri democristiani e socialisti che componevano il secondo governo di centro-sinistra organico: Giorgio Bo, Giovanni Pieraccini, Emilio Colombo e Carlo Arnaudi. Nel servizio realizzato dalla Settimana Incom il siderurgico era fonte di “nuovo lavoro” per il “Mezzogiorno”. E, anche, la “città dell’acciaio grande una volta e mezzo Taranto” di cui gli italiani potevano essere fieri, una “città da fantascienza, con le dita dei suoi giganteschi tralicci e delle gru puntate verso il cielo”. Taranto produttivista, moderna, futurista, lanciata verso un inarrestabile e abbacinante progresso.

Le parole del cinegiornale non erano solo propaganda governativa. Taranto era il polo più importante della siderurgia italiana. Alla metà degli anni 1970, sotto la proprietà pubblica dell’Iri, l’Italia sarebbe divenuta il secondo produttore d’acciaio europeo. Dopo la Germania, ma davanti a paesi che in passato avevano dominato, come Belgio, Inghilterra, Francia.

La scelta dell’ubicazione iniziale dell’impianto a Taranto era stata adottata per ragioni tecniche dall’Italsider, società che raggruppava i diversi poli siderurgici italiani sotto il controllo della holding Iri-Finsider. Tutta politica era stata la scelta a monte di imporre l’insediamento nel Mezzogiorno. Il “secondo tempo” dell’intervento straordinario nel Sud, deciso sul finire degli anni 1950, è il frutto nel nuovo corso impresso alla Dc da Amintore Fanfani. Le sinistre vi avevano contribuito in sede legislativa radicalizzando la portata dell’impegno dell’Ire nel Mezzogiorno.

Sulla scelta di Taranto, le opposizioni erano converse. Anche il Pci. A distanza di decenni, quella decisione, e la politica a essa connessa, sarebbe entrata a far parte della lista delle presunte scelte sbagliate commesse dalla sinistra. Una sinistra affrancatasi dalla cultura industrialista del secolo passato, dall’identificazione sociale e simbolica con la classe operaia, e ormai affascinata dalle idee neoliberiste.

Imputare al movimento operaio degli anni 1960 la mancanza di una sensibilità ambientale, quando anche una normativa specifica era pressoché inesistente, sarebbe astorico e falsificante. Sul tema della salute in fabbrica il sindacato, la Cgil in particolare, a partire dalle esperienze di Torino dell’inizio degli anni 1960, aveva già radicalmente innovato la cultura revendicativa operaia. Lo slogan “la salute non si vende”, ne raccoglieva bene il significato, introducendo una rottura nella lunga e consolidata pratica della monetizzazione dei rischi da lavoro, a difesa del diritto all’integrità fisica e morale dei lavoratori. Delle idee d’avanguardia per l’epoca, non solo in Italia, tanto che saranno importate in Francia alimentando il ciclo delle lotte operaie post 1968.

I ritardi nelle sensibilità e nelle normative sono legati a molteplici fattori. A Taranto, il nesso tra inquinamento prodotto dall’Ilva e tumori sarebbe stato scientificamente fissato soltanto nel 1992, pur essendo già un tema presente nelle rivendicazioni operaie della fine degli anni 1960. Per la scoperta dell’enorme quantitativo di diossina emesso dall’impianto si sarebbe dovuto aspettare il 2005.

La contraddizione tra lavoro e ambiente non è soltanto una questione di culture politiche e sindacali. La privatizzazione dell’Ilva, avvenuta nel 1995, quando la normativa ambientale finalmente esisteva ed era stringente, difficilmente avrebbe potuto porre fine all’inquinamento e ai relativi danni sanitari per lavoratori e popolazione.

Avner Offer ha spiegato come le frontiere tra settore pubblico e settore privato in economia dipendano dagli orizzonti temporali legati ai differenti tipi di investimento. I tassi di interesse prevalenti definiscono l’orizzonte temporale del credito. Un progetto che necessita di maggiore tempo per maturare non può essere gestito soltanto dal privato, e necessità di un intervento pubblico. L’incertezza rende il futuro oscuro agli investitori, e richiede una forma di compensazione da parte dello Stato. Cosa deve fare il pubblico e cosa deve fare il privato hanno anche delle determinanti finanziarie, oltre che sociali ed etiche.

Per questo non ha senso economicamente pensare a un panificio di Stato, ma ne ha il ruolo della mano pubblica, a salvaguardia del futuro della collettività, in settori come la scuola, l’università, la famiglia. E, naturalmente, l’ambiente. Anche in questa direzione si potrebbe declinare la richiesta della Fiom al governo, e al ministro Luigi Di Maio, di entrare nell’assetto proprietario dell’azienda acquistata da ArcelorMittal, utilizzando Cassa depositi e prestiti. Magari a salvaguardia del piano ambientale, e non solo dei livelli occupazionali.

La storia complessa dell’Ilva di Taranto, dal secondo dopoguerra a oggi, è adesso analizzata da Salvatore Romeo in L’Acciaio in fumo, pubblicato per Donzelli. Una storiografia in medias res, ma non militante, dalla narrativa a tratti claustrofobica nel suo denso racconto delle dinamiche avviluppanti che hanno legato il destino della città a quello del siderurgico, e che spiega le origini e l’evoluzione delle contraddizioni che il tempo ha finito per ossificare. Restando tuttora in attesa di soluzione.