“In Italia mi sono trovato spesso a essere valutato da burocrati senza competenze. Potevo anche convivere con la precarietà, in tempi di crisi il mio stipendio non era male. Ma il contesto era diventato insopportabile”. Tiziano Romanelli è di Firenze e ha 44 anni. Ha lasciato l’Italia nel settembre del 2016, una volta rientrato dal viaggio di nozze. Dopo l’Irlanda, oggi vive e lavora in Germania, a Francoforte, insieme a sua moglie. “Mi sento finalmente valorizzato, lo stipendio è doppio, i vantaggi tanti e l’Italia, per ora, è una porta che si è chiusa”.

Quando aveva 30 anni, si era trasferito per lavoro a Milano, e lì è rimasto per 7 anni. Fino a quando nel 2012 lascia l’azienda: seguono tre anni di precarietà e mancanza di meritocrazia. Tiziano ha capito che il suo futuro era all’estero nell’aprile del 2016, quando ha ricevuto la notifica della cassa integrazione nel giorno del 41esimo compleanno: “L’azienda per cui lavoravo in sostanza non voleva più investire in ricerca e innovazione”, ricorda. Da lì la partenza per Dublino. “Come mi hanno accolto? Come un capo di Stato – sorride –. Fatto il colloquio, non sono trascorsi più di tre giorni per l’offerta. In Irlanda erano quasi lusingati di poter aiutare degli italiani a integrarsi nella loro società”.

La giornata di lavoro irlandese era tranquilla, organizzata, sistematica. E in Germania è pure meglio

Dopo 23 mesi in Irlanda Tiziano e sua moglie si trasferiscono a Darmstadt, a 30 chilometri da Francoforte. “La difficoltà più grande è stata trovare una sistemazione – spiega –. La ricerca della casa è complessa, specie perché il mercato offre poco rispetto alla domanda”. Poi c’è la lingua, il tedesco, che “io e mia moglie non conoscevamo per niente al momento del trasferimento”. La giornata di lavoro irlandese era tranquilla, organizzata, sistematica: arrivo con una rilassante camminata, strade tranquille, verde pubblico e niente rumore di clacson. Cucina comune in azienda, ambiente amichevole, età media bassa, carichi di lavoro non eccessivi, docce per chi viene in bici o chi fa una corsa nella pausa pranzo. “Il mercoledì appuntamento fisso col calcetto, il venerdì capitava di rilassarsi davanti a una Guinness all’uscita dal lavoro. A dire la verità più di una”, sorride Tiziano.

In Germania le cose vanno pure meglio. “Siamo una ventina in ufficio, tutti ingegneri. Poca burocrazia, si lavora in piena efficienza”. Sia in Irlanda che in Germania non si timbra il cartellino: “C’è molta disponibilità e flessibilità – spiega Tiziano –. E capita anche di poter lavorare nel fine settimana, per rispettare una scadenza. Ma le ore lavorate in più, anche se non registrate, possono essere prese come permessi”. Differenze? Tiziano è convinto della sua scelta: “Conosco colleghi che allargano le braccia e accettano questo stato di cose; altri, come me, battono i pugni sul tavolo fino a poi sbottare e mandare tutti a quel paese. Anche se poi a quel paese decidi di andarci tu, quando realizzi che non puoi cambiare niente”.

In Italia imbarbarimento culturale con uno stagnante dibattito su migranti e sicurezza

All’estero sono molto attenti alla soddisfazione del lavoratore. “In Italia ho assistito e vissuto bassezze di ogni genere: colleghi mobbizzati se ritenuti in esubero, obbligati a finire i lavori il giorno prima che andassero in cassa integrazione”, continua. Cosa significa essere italiani per una coppia emigrata? “Skype riduce sicuramente le distanze, ma a volte senti la nostalgia delle persone e delle radici”. Tiziano è arrabbiato per “l’imbarbarimento culturale” a cui assiste, con uno “stagnante dibattito concentrato su migranti e sicurezza. In Germania l’arrivo degli stranieri ha creato posti di lavoro legati ai corsi di lingua e di integrazione. In Italia si inneggia al ritorno del Duce e ci si vanta di postare sui social foto di ruspe e sgomberi – continua – Tutto questo mentre le industrie chiudono o vengono delocalizzate”. L’indignazione si mischia alla rassegnazione, quando “penso che mi sono formato professionalmente in aziende che negli anni ‘90 rappresentavano uno dei principali centri al mondo per lo sviluppo delle telecomunicazioni. Oggi di quel patrimonio tecnologico resta ben poco, gli appelli alla politica per salvare la ricerca sono caduti nel vuoto”.

Tornare? Per ora il futuro è in Germania. “In Italia formiamo laureati e ricercatori apprezzati, ma tutte le risorse spese per garantire una qualità dell’istruzione elevata vanno sprecate se poi molti vanno a lavorare in aziende straniere. Se nessun amministratore si preoccupa di questo paradosso – conclude – cos’altro si può fare, se non andarsene?”.