In Vaticano non sembrano rendersi conto del cambio di stagione, che si sta profilando. Non sembrano avvertirlo gli uomini di Curia fedeli al buon andamento della “macchina”, non sembrano avvertirlo i conservatori intenti solamente a delegittimare il pontefice, non sembrano avvertirlo in buona parte nemmeno quanti sono sinceramente a favore del processo di riforma. La novità è che nell’opinione pubblica si sta diffondendo un clima di disincanto per le svolte che non arrivano.

E quando la “massa” – si tratti dei praticanti o dei simpatizzanti esterni all’istituzione ecclesiastica, ma favorevoli al pontefice – inizia a entrare in un mood di delusione e frustrazione, può riservare sorprese spiacevoli. Nelle realtà statuali secolari il disagio si sfoga attraverso i risultati elettorali. Nella dimensione di quello “Stato” particolare che è il mondo cattolico, fatto di un miliardo e trecentomila fedeli, il disagio può portare a un risultato diverso e per certi versi peggiore: un’erosione della credibilità agli occhi dei fedeli stessi e della società globalizzata.

Lo strappo violento realizzatosi all’Osservatore Romano sulla questione femminile con le dimissioni in massa della redazione dell’inserto mensile Donne Chiesa Mondo, guidata dalla storica Lucetta Scaraffia, va ben al di là della tensione (per certi aspetti fisiologica) che può registrarsi tra una redazione specializzata e l’arrivo di un nuovo direttore. Non c’è motivo di credere che il nuovo direttore Andrea Monda voglia fare marcia indietro rispetto alla linea di papa Francesco sulla promozione del ruolo femminile nella Chiesa. Ma c’è da drizzare le orecchie se Scaraffia, scrivendo direttamente al pontefice, denuncia l’accerchiamento prodotto da un “clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva”.

Si avverte qui il rimbalzo della Curia profonda, che non ha mai tollerato l’indipendenza dell’inserto femminile ed è entrata in allarme, quando su Donne Chiesa Mondo è apparsa la denuncia aperta degli abusi di potere compiuti nella Chiesa ai danni delle donne. Lucetta Scaraffia lo ricorda esplicitamente a Francesco: “Non siamo state noi a parlare per prime, come forse avremmo dovuto, delle gravi denunce dello sfruttamento al quale numerose donne consacrate sono state e sono sottoposte (sia nel servizio subordinato sia nell’abuso sessuale) ma lo abbiamo raccontato dopo che i fatti erano emersi, anche grazie a molti media. Non abbiamo più potuto tacere … Ora ci sembra che … si ritorni all’antiquato e arido costume della scelta dall’alto, sotto il diretto controllo maschile, di donne ritenute affidabili”.

Il 2018 è stato un anno terribile per il pontificato. Le rivelazioni sull’enormità degli abusi sessuali perpetrati in varie parti del mondo, la constatazione delle tenaci politiche di insabbiamento, la scoperta che parti importanti della gerarchia erano anche pronte a mentire a papa Bergoglio (vedi il caso cileno) hanno scosso la fiducia di larghi strati dell’opinione pubblica nel successo delle riforme ecclesiali perseguite da Francesco. È inutile che in Vaticano si ripeta come un mantra che al summit dei presidenti delle conferenze episcopali non era previsto un documento finale. (Il cardinale tedesco Marx e un piccolo gruppo di vescovi però avevano chiesto un atto scritto di impegno da parte degòi episcopati). L’opinione pubblica, ascoltando i coraggiosi interventi a favore della trasparenza e della realizzazione di un sistema efficace per individuare e punire gli abusatori, si aspettava giustamente che il summit si chiudesse con una dichiarazione pubblica sui protocolli da elaborare. “Si farà … si studierà” sono frasi che non affascinano più.

E mentre tutto veniva collocato al futuro, il 2019 si è aperto con la condanna del cardinale Pell per odiosi atti di pedofilia, con la condanna del cardinale Barbarin per mancata denuncia di un prete predatore, con le polemiche sulle presunte molestie del nunzio papale in Francia. Ora arriva lo strappo sul tema donne all’Osservatore Romano. E subito il pensiero corre al #metoo ecclesiale, che come una spada di Damocle pende sulla testa di preti e vescovi ancora non scoperti, i quali negli anni hanno usato con cinismo semplici fedeli e suore come ragazze di piacere. E anche qui la mancanza di rimedi esemplari non farà altro che trasformare ogni futura rivelazione in una valanga che colpisce il Vaticano. Si aggiunga la frustrazione crescente nel campo delle donne cattoliche per la mancata realizzazione di quel principio che Francesco aveva proclamato all’inizio del pontificato: le donne devono occupare posti dove “si esercita potere e si prendono decisioni”.

A distanza di mesi il documento della commissione sul diaconato femminile non è stato ancora reso pubblico. E l’assenza di pubblicazione e di un aperto dibattito sulle vie da imboccare contribuisce ad alimentare nell’opinione pubblica l’idea che anche il cantiere sul ruolo femminile sia entrato in una fase di paralisi. Scaraffia, che è sempre stata una moderata, negli ultimi mesi ha sottolineato con forza che le donne nella Chiesa non contano e non sono ascoltate. E moltissime cattoliche – teologhe anche di diverso orientamento dal suo o fedeli impegnate in attività ecclesiali – la pensano come lei. Non è cominciato affatto bene l’anno 2019.

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