Non vorrei passare per il bastian contrario della situazione ma mi stupisce sapere che in questo Paese un bambino per aver la cittadinanza italiana debba compiere un gesto eroico. Spero che Rami e suo padre non si offendano ma il giovane che giovedì scorso è riuscito è fare la prima telefonata al 112 per dare l’allarme mentre l’autobus condotto dal senegalese stava prendendo la direzione di Linate, ha diritto alla cittadinanza perché è nato in Italia nel 2005 non perché ha fatto ciò che avrebbe fatto qualsiasi persona in pericolo: provare a chiamare i soccorsi.

Quella classe di bambini non ha bisogno di targhe, di coppe ma di qualcuno che ora torni a riflettere con loro su quanto è accaduto: sul tema dell’odio, del rispetto dell’altro, del perdono (eventualmente), del vivere in un Paese dove può accadere un fatto che richiama alla mente il terrorismo.

Bene ha fatto il ministro Marco Bussetti a far sentire la sua vicinanza andando direttamente a Crema e mettendo a disposizione una task force per le famiglie. Ma la cittadinanza onoraria data a Rami sa tanto di propaganda politica. Non è un caso che l’appello lanciato dal padre di Rami sia stato subito accolto dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, e dal Viminale: “Il papà oggi ha lanciato un appello, ha chiesto che gli venga riconosciuta la cittadinanza e credo che il governo debba raccogliere questa richiesta. C’è la cittadinanza per meriti speciali che si può conferire quando ricorre un eccezionale interesse dello Stato”.

Ha detto bene Eraldo Affinati su Vita: «Io penso – ha spiegato lo scrittore – che la cittadinanza non dovrebbe essere un premio, ma qualcosa regolata delle leggi, dal diritti. In Italia esistono casi in cui la cittadinanza viene concessa per meriti speciali. Ma a Rami spetta a prescindere dal gesto che ha compiuto”.

Rami ha diritto alla cittadinanza come tutti gli altri bambini che sono nati in Italia ma non hanno avuto la sfortuna di prendere un autobus guidato da un folle.

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