Qualche giorno fa i cittadini di Roma hanno appreso con sgomento e incredulità la notizia della rimozione della storica scritta “Vota Garibaldi Lista n. 1”, vergata nel 1948 su un muro nello storico quartiere Garbatella, in occasione delle elezioni in cui il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano si presentavano con un’unica lista, il “Fronte Democratico Popolare”, che aveva come simbolo proprio Giuseppe Garibaldi.

La cancellazione della storica scritta – oggi ripristinata – è avvenuta ad opera del servizio per il Decoro Urbano del Comune di Roma – di cui molti ignoravano l’esistenza e oggi, più che mai, si interrogano sul suo senso – intervenuto su richiesta della Polizia Locale per rimuovere alcuni graffiti ingiuriosi. “La scritta è stata cancellata per errore”, chiarisce il Campidoglio; a quanto pare l’addetto del servizio, che non ha saputo distinguere l’ingiuria dalla scritta memorabile – celebrata persino da una targa e protetta da una pensilina –  di propria iniziativa ha dato una mano di vernice, eliminando la testimonianza storica, che oggi, precipitosamente, si sta provvedendo a ripristinare con un restauro.

L’intera vicenda è tanto emblematica quanto surreale: che proprio a Roma – devastata dalla furia analfabeta e impune di sedicenti “graffitari” che, con il cretinismo untuoso dei loro “tag” e la  baraonda sciatta di disegni, parole e sigle demenziali, non risparmiano neppure i citofoni – l’unica scritta ad essere cancellata sia una testimonianza storica – una frase di senso compiuto e in un garbato italiano – rappresenta una beffa, paradossale e inaccettabile.

“Decoro” è sinonimo di compostezza, contegno, decenza, dignità, discrezione, garbo, ritegno – imprescindibili requisiti di convivenza civile – di cui ormai la capitale fa a meno da troppo tempo. Forse non è un caso che il Comune di Roma abbia un servizio denominato “nucleo decoro urbano” presso la sede dell’ex-Fiera di Roma, che da anni ristagna in un mortificante stato di abbandono e degrado, concretizzazione dello stato di cecità in cui è precipitata la Capitale.

Come nel romanzo di Josè Saramago, Cecità, appunto, in cui l’intera popolazione improvvisamente perde la vista per un’inspiegabile epidemia, con una conseguente esplosione di gratuita violenza, Roma, le istituzioni, la sua amministrazione, gli stessi cittadini, sono affetti da troppo tempo da una cecità a cui hanno contribuito tutti, che impedisce loro di distinguere le cose razionalmente; artefice come è di abbrutimento, svilimento, degrado.

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