Matteo Salvini si è recato in carcere a Piacenza, così come lui stesso ha raccontato, a portare la propria solidarietà all’imprenditore condannato per aver sparato a un uomo che si era introdotto nel suo cantiere a scopo di furto. In spregio a una sentenza passata in giudicato, in spregio alla divisione dei poteri che è alla base della democrazia moderna, in spregio alla legge. Salvini ha usufruito del potere di visita alle carceri che l’ordinamento penitenziario gli fornisce in quanto ministro. Ma tale potere è, da legge, volto a controllare le condizioni di detenzione nelle quali vivono i reclusi.

Una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, datata 8.11.2013, fondandosi su quanto disposto dallo stesso ordinamento penitenziario e dal suo regolamento di esecuzione afferma che le autorità in visita “possono rivolgere la parola ai detenuti e agli internati al fine di rendersi conto in maniera più completa delle condizioni di vita degli stessi (…). In particolare (…) il contenuto dell’eventuale interlocuzione che il visitatore qualificato intenda effettuare con il detenuto non potrà mai fare riferimento alle vicende processuali del medesimo, vicende che trovano istituzionalmente altre sedi, altre autorità, altre garanzie dove e attraverso le quali essere affrontate”. Quelle autorità e quelle garanzie che Salvini disprezza pubblicamente con il suo agire. Un agire che risponde, è evidente, a un piano preciso, a una strategia. Quella di giocare una partita a scacchi dando un sonoro calcio alla scacchiera.

Salvini portava al detenuto la propria solidarietà. Stando alle sue dichiarazioni non era lì per controllare le condizioni di vita interne ma per parlare pubblicamente, criticandolo, del processo. La medesima circolare – fonte normativa di secondo livello, ma pur sempre norma dello Stato prescrittiva a tutti gli effetti – dispone che qualora il visitatore travalichi i propri compiti di controllore della situazione detentiva le autorità penitenziarie, “dopo un primo richiamo finalizzato a rammentare detti limiti normativi”, si adoperino “per interrompere immediatamente il colloquio stesso”, salvo restando “il dovere di segnalazione all’Autorità giudiziaria, ove si ravvisino estremi di reato, oltre alle consuete segnalazioni al Dipartimento”.

Per quanto ancora un ministro della Repubblica continuerà a violare spavaldamente e arrogantemente le norme dello Stato, comprese quelle che impongono il silenzio elettorale il giorno del voto? E, soprattutto, cosa sarà accaduto quando avrà smesso di farlo? Che non ci sarà più nulla da violare perché tali regole non esisteranno più (e con loro la democrazia) oppure che il popolo italiano si sarà ripreso quella sovranità che gli appartiene, non secondo la farsa populista cui stiamo tragicamente assistendo, quella farsa che vorrebbe incoronare l’eletto, ma invece nel senso vero e pieno del primo articolo della Costituzione, quello per cui essa è di tutti e quindi di nessuno in particolare, quello per cui la sovranità è custodita nello stato di diritto, nel fatto che anche l’autorità pubblica, il potere costituito è soggetto al rispetto delle leggi? C’è da chiederselo con angoscia.

Entrambi gli scenari sono possibili. Un’ipotesi e la sua opposta. Starà a noi, a tutti noi, decidere da che parte portare il nostro Paese. A cominciare dalle prossime elezioni europee.

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