Non vincerà l’Italia, ma Roma sì. E assai probabilmente. Scherzi territoriali a parte, nella categoria dove manca il “nostro” Matteo Garrone col suo magnifico Dogman, difficile fornire una previsione diversa dalla vittoria di Alfonso Cuarón. L’opera intima ma dal respiro epico del cineasta messicano gode infatti di ogni pronostico nella cinquina del Miglior film in lingua straniera in cui si accompagna al polacco Pawel Pawlikowski (Cold War), al giapponese Kore-eda Hirokazu (Un affare di famiglia), alla libanese Nadine Labaki (Cafarnao) e al tedesco Florian Henckel von Donnersmarck (Opera senza autore).

Cinque titoli diversamente importanti, tutti già insigniti dei principali trofei internazionali tra il Festival di Cannes e la Mostra di Venezia, e portatori di linguaggi e/o tematiche di valore. I bookmaker britannici, raccolti in un aggregatore che ne accorpa 8 fra i principali, non hanno alcun dubbio sull’Oscar al vincitore del Leone d’oro 2018 che danno a una media di 1,07 volte la puntata. Si tratterebbe di una prima volta del messicano nella categoria degli “stranieri” e che, creando un precedente in caso di vittoria, si accorperebbe alla statuetta come miglior film ed eventualmente regia (già vinta per Gravity).

Il suo contendente più accreditato – lo struggente e meraviglioso Cold War di Pawlikowski – è dato a un minimo di 5 e massimo di 10 volte la puntata: un pronostico non negativo ma imparagonabile a quello dell’ “ingombrante” collega Cuarón. Il cineasta polacco che ha quest’anno trionfato agli EFA (European Film Awards) ma anche meritato il premio alla miglior regia a Cannes, ha già un Oscar sugli scaffali di casa vinto nel 2015 per il sublime Ida, anch’esso girato in bianco&nero. La sua vittoria – che non sarebbe sgradita per la magnificenza del film – coglierebbe di sorpresa un po’ tutti.

Dalle 15 alle 20 volte la puntata è invece data la Palma d’oro 2018, Manbiki kazoku (Un affare di famiglia) di Kore-eda Hirokazu, film tematicamente sovversivo nella sua pulizia linguistica che porta al centro una poverissima famiglia di Tokyo che vive di espedienti e piccoli furti prima di affrontare una verità che (il regista) tiene sapientemente nascosta allo spettatore.

Assai brutto e in cinquina (probabilmente) solo per il suo tema di denuncia (l’infanzia rubata ai piccoli mediorientali, sfruttati e maltrattati..) è Capharnaum (Cafarnao) della libanese Labaki. Il suo dramma estremizzato ai limiti del ricattatorio, trova fortunatamente pochi pronostici a suo favore (dalle 26 alle 41 volte la puntata) benché il Festival di Cannes quest’anno l’abbia caricato di un premio importante quale il Prix du Jury.

Nessun trofeo alla Mostra veneziana, dove concorreva, si è invece aggiudicato il “tedescone” (alto oltre 2mt) Florian Henckel von Donnersmarck con il suo fluviale e imponente Werk ohne Autor (Opera senza autore) in cui racconta la vita dell’artista di Dresda Kurt Barnert liberamente ispirata a quella di Gerhard Richter: indimenticabile per l’esemplare Le vite degli altri (Oscar straniero nel 2007) Donnersmarck è dato solo dalle 34 alle 51 volte per puntata dalle agenzie di scommesse.

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