Una tra le fiabe più originali di tutti i tempi. Una culla di idee e talenti. Un incanto per occhi e cuore. Ma anche un film maledetto, che portò i suoi produttori sull’orlo della bancarotta. Il 17 febbraio del 1959, approdava nelle sale statunitensi La bella addormentata nel bosco, il più grande sogno e il più grande rimpianto di Walt Disney.

C’era una volta – Pollicino, Cappuccetto rosso, Il gatto con gli stivali. Sbirciando tra le pagine di Charles Perrault, Disney aveva solo l’imbarazzo della scelta. Era il 1951 e la penna dello scrittore francese aveva appena regalato alla casa di Topolino una storia vecchia di trecento anni, fatta di matrigne e sorellastre, di una zucca e di una scarpetta di cristallo. Così, dopo Cenerentola (1950), la fantasia degli animatori cadde su un’altra principessa: Aurora. La bella addormentata dosava a puntino ciascun ingrediente della più classica delle favole: un principe aitante, una protagonista sfortunata, una serie di spalle perfette per strappare una risata. Ma questa fiaba aveva anche un guizzo in più. Il cattivo, pardon, la cattiva possedeva un gran fascino e l’ambientazione medievale si prestava a giocare con un paio di idee che ticchettavano nella mente di Walt ormai da parecchio tempo. La sua intenzione, infatti, era di calcare con maggior forza sui toni cupi della narrazione e adottare magari un tratteggio diverso. Insomma, sperimentare.

Per realizzare la sua visione, Disney decise di affidare la regia a un quartetto d’eccezione, composto da Clyde Geromini (recordman di Classici Disney diretti, 10) e dai mitici Eric Larson, Wolfgang Reitherman e Les Clark, membri dei Nine Old Man, il gruppo originario di disegnatori disneyani. La “direzione artistica” del progetto, invece, fu assegnata all’illustratore newyorkese Eyvind Earle, incaricato di scegliere colori e stile dell’intera pellicola. Terminata la sceneggiatura, i lavori potevano cominciare.

Voce e corpo – Si partì con la registrazione delle voci, nel 1952. E subito bussarono i primi imprevisti. Per la parte di Malefica, l’antagonista, il pensiero andò a Eleonor Audley. Ma la doppiatrice, tra le più apprezzate dallo stesso Walt, inizialmente declinò l’offerta, non volendo affaticare una gola già appesantita dalla tubercolosi. Ritenuta essenziale per la riuscita del lungometraggio, la Audley entrò quindi in studio solo dopo una lunga trattativa, mentre il cronometro già correva contro le tasche della major californiana.