Sala Nilde Iotti, Camera dei deputati. 12 febbraio, splendida giornata di sole. Proiezione del documentario Italia addio, non tornerò (ne ha scritto su Cervelli in fuga Ilaria Lonigro, che l’ha visto mesi prima della sottoscritta). Annunciata una folta schiera di esponenti dem, visto che l’incontro è stato organizzato da Massimo Ungaro, deputato dem eletto in circoscrizione Estero/Europa. È atteso anche Maurizio Martina, che non arriverà. In prima fila ci sono il capogruppo a Palazzo Madama Andrea Marcucci e la senatrice Simona Malpezzi. E poi Laura Garavini e Angela Schirò, entrambe elette in circoscrizione Estero/Europa. Delle altre forze politiche non si palesa nessuno, né di maggioranza né della restante opposizione. Il tema è chiaro: parliamo di chi se ne va perché l’Italia non li premia. Anzi, spesso gli volta le spalle, li macera nel precariato e prosciuga la voglia di rimanere, dopo sequele di cv mandati senza risposta, lavori mal pagati, raccomandazioni che schiacciano merito e competenze. Penso: se questi parlamentari vogliono parlare è perché avranno in cantiere proposte interessanti, visto che davanti a loro c’è una platea fatta soprattutto di genitori di cervelli in fuga.

Parte Marcucci. Il suo intervento è una parabola amarcord. Ricorda la storia della sua famiglia espatriata a Chicago, che aveva aperto un’impresa che faceva pane congelato, e di come suo nonno sia l’unico dei tanti fratelli ad essere tornato. Di come lui, Marcucci, avesse avuto la possibilità di ottenere anche quote della società americana, ma solo se avesse lavorato là, a Chicago. Ma la passione politica ha prevalso, quindi niente traversata dell’oceano e niente quote. Ma dirà qualcosa anche, che so, su come rimediare alla mancanza di opportunità in Italia? No.

È il turno di Simona Malpezzi, che di esperienza all’estero ne ha fatta. Ha vissuto per anni in Germania, sposato un tedesco, ha due figlie e ora tutti e 4 sono in Italia. Parlerà dei punti di pil persi per la fuga del capitale umano? No. Però apprezza tantissimo l’iniziativa (DiscoverEu) promossa dall’Europa per regalare un biglietto di Interrail ai 18enni. Come se il problema fosse che i giovani non vogliono vedere il mondo e allora bisogna spingerli in treno oltre il confine. Che voglia dire forse che quel biglietto oggigiorno è una metafora di sola andata perché chi parte non riesce più a tornare? Che quel biglietto sia un regalo per dare solo l’opportunità di lavorare altrove perché domani l’Italia sarà un paese di brain circulation e non di solo brain drain come oggi? No, niente.

Dai, speriamo che Angela Schirò spenda due parole per dire che sono tanti gli italiani che ogni anni scappano a Berlino, a Monaco, in Germania, alla ricerca di merito e indipendenza economica. NeinSchirò, figlia di immigrati italiani e nata a Karlsruhe, spiega di essere in Italia perché eletta e dice, ehi, attenzione perché in Germania non è tutto oro che luccica e anche il welfare è in difficoltà. Il tutto alla fine di un discorso partito con il ricordo della dura vita dei gastarbeiter, i lavoratori che nel dopoguerra la Germania chiamava dall’estero. Proposte per non replicare quelle centinaia di migliaia di trasferimenti all’estero (nel 2017 sono stati 128.193 – Fondazione Migrantes, mentre per Idos la cifra del 2018 doppia quella ufficiale)? Non pervenute.

È il momento di Laura Garavini. Vuole rispondere a un intervento piccato che bolla i discorsi dei politici qui riferiti in sintesi come “aria fritta”. Lei non ci sta. E dice che no, non si può attribuire la responsabilità di tutto questo alla politica. Perché, forse ha fatto qualcosa in questi anni? Dalla Garavini non ci è dato saperlo, visto che interviene spiegando che all’estero ci sono circostanze più favorevoli per vivere, lavorare, esprimere le proprie potenzialità, e anche – giusto per dare il colpo di grazia finale – per farsi una famiglia e pensare al futuro. E la politica cosa fa? Boh.

Sembra che il tema non sia di competenza delle istituzioni e di chi le vive da dentro. Non lo sono neanche i 10mila medici e gli 8mila infermieri che se ne sono andati dall’Italia, i ricercatori italiani che vincono ogni anno borse di studio europee per la ricerca perché la fanno all’estero, chi se ne va perché non arriva a fine mese o i milioni di euro investiti nella formazione di chi, poi, parte per non tornare. Col risultato che sono altri paesi a beneficiare degli sforzi della scuola italiana. Non è responsabilità della politica neanche la beffa dell’Agenzia delle entrate che va a batter cassa su quello che aveva garantito di scontare ai cervelli rientrati. E neanche quella di prendere in giro chi se ne va, che anziché mandare dei cv farebbe meglio a giocare a calcetto per trovare qualche opportunità, perché in fondo quella dei cervelli in fuga è retorica. Anzi, di più: una retorica “trita e ritrita”.

Poi guardi Italia addio, non tornerò e vedi che quel pessimismo che la politica vuole scacciare in tanti, all’estero, se lo sono davvero tolto di dosso. Con tutte le difficoltà – tante – del caso e della lontananza. Non sarà tutta colpa della politica, ma di sicuro gli italiani non rimangono perché a 18 anni gli viene regalato un biglietto dell’Interrail. E non restano di sicuro se non si comincia a mordere la mancanza di lavoro, di merito. E di speranza, che nasce da una realtà in movimento, non statica, non perpetua. Dove si può avanzare, crescere, migliorare.

Tutte osservazioni ribadite dal pubblico in sala, che il tema lo conosceva bene. Peccato non potere sentire la replica dei politici a queste obiezioni. Loro erano già tornati in aula, dovevano votare. Ma è legittimo il sospetto che, in fondo, abbiano poco da dire.