“L’Italia non mi manca perché sono arrabbiato con lei. Non dovevo essere costretto ad andarmene”. Tutto comincia nel 2012 quando Stefano Messina ha 46 anni, una figlia appena arrivata e il posto fisso. “Ero in polizia da 25 anni. Mai avrei pensato di espatriare. Ma dopo la nascita di Amina non riuscivo più a vedere un futuro per lei. Era mortificante non riuscire ad arrivare a fine mese”.

Così comincia a guardarsi intorno: Canada, Stati Uniti, infine i paesi del Nord Europa. “In Norvegia c’erano incentivi per i giovani, ma anche per mettere al mondo figli e farli studiare”. Dopo aver mandato diversi curriculum, Stefano parte a marzo 2013. “Avevo in tutto 900 euro per il viaggio in roulotte e da mangiare. Non è stato semplice”, racconta. “Quando la ditta mi chiamò per un lavoro stagionale, il cuore mi batté forte e dissi subito di sì”. La partenza era carica di responsabilità. “Non potevo fallire, sapevo di dover trovare qualcosa di meglio”. Così Stefano si mette in aspettativa e parte. Guida per chilometri, da Roma, dove viveva, fino a Flekkeroy. “Sono andato prima da solo, poi dopo pochi mesi mi ha raggiunto la mia compagna con la bambina. Per tre mesi abbiamo vissuto nella roulotte, poi ci siamo trovati una casa”. Passare dal lavoro occasionale a un impiego fisso non è stato facile, soprattutto per via della lingua. “Avevo i titoli ma non sapevo il norvegese. Sono stati mesi difficili, la mia fidanzata era preoccupata. Uscivo la mattina e andavo a portare curriculum”, racconta. Alla fine, però, la stabilità arriva. “Si sono affacciate due ditte, la prima di trasporti, la seconda di ittica. Qui si possono avere senza problemi due lavori contemporaneamente – spiega Stefano -. Avevo preso in tempi non sospetti tutte le patenti. Mi sono state molto utili”. E così inizia la nuova vita in Norvegia: durante la settimana Stefano lavora in una ditta che vende il pescato del giorno, il sabato e la domenica invece viaggia con il camion.

“Dopo due anni ho lasciato il lavoro nel weekend e ho tenuto solo quello con l’azienda di ittica dove sto tuttora”, spiega Stefano, che sottolinea anche la differenza di stipendio. “In Italia prendevo come assistente capo (di polizia ndr.) 1500 euro al mese, qui ne guadagno 3000 e sono considerato al pari di un operaio”, dice. Sicuramente i prezzi non sono gli stessi. Aumenta infatti il costo di alcuni generi alimentari, ma in qualche ambito si può addirittura risparmiare. “L’elettricità costa meno e anche l’affitto. Qui pago 700 euro per una villetta, a Roma ne spendevo 800 per un appartamento in periferia. Qui si lamentano delle tasse, ma io che so quanto paghiamo in Italia e quali servizi riceviamo, dico a tutti di non farlo”.

Per lui la vera svolta sta nell’attenzione al cittadino. “Quando è nata mia figlia in Italia e ho preso i giorni che mi spettavano, al rientro a lavoro mi hanno guardato male, relegandomi a fare i lavori peggiori. Qui, invece, quando è nato il mio secondo figlio è andata al contrario: mi avrebbero guardato male se non avessi preso i miei giorni di permesso. C’è voluto tempo per cambiare mentalità”. Un esempio? “Mia figlia si è inserita benissimo all’asilo. Quando ho dovuto iscriverla era un venerdì e ho fatto richiesta via mail. Già il lunedì mi hanno chiamato per iniziare l’inserimento. Parliamo di un’efficienza che in Italia te la sogni”, spiega Stefano. Tante le agevolazioni per chi decide di fare figli. Dagli sconti famiglia se compri grandi quantità di alcuni prodotti (tra cui i pannolini) al bonus bebè, fino all’università pagata. Con i soldi presi in prestito dallo Stato che vanno restituiti in rate solo dopo aver trovato un lavoro. “Anche in questo i due paesi hanno una differenza abissale. In Italia non sapevo di aver diritto al bonus. Lo sono venuto a sapere per vie traverse, mi sono spettati 1100 euro. Qui mio figlio è nato il 3 novembre 2017 ed è stata l’ostetrica a spiegarci come fare. È stato sufficiente entrare sul sito del ministero col codice fiscale e fare domanda. L’assegno è arrivato dopo 30 giorni ed era di 6500 euro”.

A motivare una scelta di vita così radicale è stata sua figlia. “Volevo che potesse giocarsi le sue chance come tutti gli altri: studiare o scegliere di non farlo. Volevo solo vederla felice”. L’idea di tornare in Italia, il paese che lo ha deluso e mortificato, nonostante il lavoro fisso, non è nei piani. “Mio figlio non sarebbe mai nato se fossi rimasto a Roma. Lo guardo e ripenso alla mia scelta. Certo anche qui ci sono aspetti negativi, ma se li metti sulla bilancia vincono quelli positivi”, continua. Poi conclude: “Quando ho lasciato la polizia pensavo che ci sarei stato male. Invece ho provato sollievo. Mi chiedevano ‘ma come, lasci le tue sicurezze? E per cosa?’. Ma nell’incertezza, e solo con le mie forze, sono riuscito a tirar fuori qualcosa di buono”.

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