Si confermano devastanti le conseguenze della Brexit per l’industria automobilistica della Gran Bretagna (e non solo): ora a innestare la retromarcia dal Regno Unito è Ford, pronta a spostare le sue attività produttive altrove. Lo riporta il Times, citando una conference call del premier britannico Theresa May a cui partecipavano anche i vertici della multinazionale americana. Già qualche giorno fa Steven Armstrong, il presidente di Ford Emea (Europa e Medioriente), era stato abbastanza chiaro all’assemblea annuale degli industriali britannici: “Ford non vuole andar via dalla Gran Bretagna, ma potrebbe essere costretta a farlo se il Regno Unito non sarà competitivo dopo la Brexit”.

Tutto per evitare le devastanti conseguenze economiche della separazione fra UE e UK, che già stanno colpendo i bilanci della Ford: l’azienda ha già quantificato in circa 1 miliardo di dollari il costo di una “hard Brexit”, cioè l’uscita del Regno dall’Unione Europea senza che venga raggiunto un accordo sui futuri rapporti commerciali (la dead-line ultima è al 29 marzo, quando la Gran Bretagna sarà ufficialmente fuori dalla Unione Europea). “Da più di un anno il management di Ford segnala che c’è bisogno di chiarezza sugli accordi con l’Ue riguardo al libero accesso dei componenti nell’Europa post Brexit. L’industria dell’auto ha la necessità di pianificare con anni di anticipo gli investimenti”, ha scritto in proposito Maryann Keller, consulente indipendente del settore automotive.

Ford, peraltro, non è un marchio qualsiasi per i sudditi di sua maestà: da decenni, infatti, è la marca di automobili più venduta nel Paese, tanto che il Regno Unito è la terza piazza più importante per le vetture dell’Ovale Blu prodotte a Colonia, in Germania. E sono circa 13 mila i dipendenti della filiale inglese di Ford, impegnati negli uffici amministrativi – la marca sta già trasferendo parte delle attività finanziarie in Germania, dove la scorsa estate ha chiesto le licenze bancarie per operare nel Paese – e nelle fabbriche di motori a Dagenham, vicino Londra, e a Bridgend, nel Galles, dove lavorano circa 3.800 operai. Significa che la completa ritirata dell’azienda dal Regno Unito lascerebbe delle insanabili macerie occupazionali.

Anche perché si fa sempre più nutrita la lista delle grandi imprese e delle banche pronte a lasciare il Regno e a cancellare programmi di investimento precedentemente programmati. Una dinamica che interessa a pieno il comparto automotive: non a caso, Nissan ha deciso che non produrrà la nuova suv X-Trail nell’impianto di Sunderland bensì in Giappone, mentre Toyota e Honda hanno smesso di investire nei loro poli produttivi inglesi. Va peggio al gruppo Jaguar Land Rover, che ha annunciato il taglio di 4.500 posti di lavoro. Al contempo, Bmw ha congelato i programmi di espansione dello stabilimento Mini di Oxford e gruppo PSA – che recentemente ha acquisito il marchio Opel e la sua emanazione inglese, la Vauxhall – deciderà il destino dell’impianto di Ellesmere Port solo dopo il 29 marzo.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Maserati, rilancio dello stabilimento di Modena. Più investimenti e occupazione

prev
Articolo Successivo

San Valentino, fedeltà anche ai marchi auto. A quali gli italiani non rinunciano?

next