L’ho detto e lo ridico: solo con un’identità forte è possibile rispettare le identità altrui. Di più, dialogare con esse. La mondializzazione capitalistica sta, in modo opposto, generando la flessibilizzazione delle identità. Produce individualità deboli e insicure, remissive e docili, agevolmente omologabili ai tellurici mutamenti dei mercati. L’adattabilità individuale alle pressioni della stabilità dei processi di produzione e di circolazione diventa, allora, l’orizzonte di senso del pensare e dell’agire. Gli alfieri del verbo multiculturale della monocultura del capitalismo assoluto convincono le plebi in fase di pauperizzazione materiale e di postmodernizzazione immateriale circa il carattere progressivo dell’abbandono di ogni identità. Lo fanno per favorirne la sussunzione integrale sotto il nuovo ordine mondialista no border.

La neutralizzazione delle identità solide ed eventualmente resistenti si pone, di conseguenza, come il piano indifferenziato ideale per la genesi del nuovo supermarket delle identità: nei cui perimetri ciascun individuo, privato del proprio profilo identitario, può assumere senza opposizione quelli che il sistema pubblicitario, a seconda delle offerte del momento, gli consiglia per adattarsi camaleonticamente alle “sfide” della globalizzazione in veste di “cittadino del mondo”, come viene appellato il nuovo apolide delocalizzato e con radicamento territoriale interdetto. La centrifugazione consumistica delle identità collettive si realizza nell’omogeneizzazione delle moltitudini astratte, senza identità e senza patria, senza radici e senza coscienza, “gadgettizzate” e “colorate”.

Nel tempo delle identità decostruite e delle vite per frammenti, la stessa biografia individuale è ridefinita come un fascio di traiettorie multiple, che si snoda tra percorsi biografici tra loro interdipendenti, costellati da transizioni che segnano più o meno profonde discontinuità, rotture e rimodellamenti che, per poter avvenire, necessitano dell’avvenuto congedo da ogni precedente identità solida e stabile.

Ne scaturiscono vere e proprie patchwork biographies, come sono state definite dai sociologi, che costringono il soggetto ad alleggerirsi di ogni identità stabile e di ogni progettualità a lungo termine, facendo della propria narrazione biografica l’equivalente della tela di Penelope: ininterrottamente tessuta, disfatta e ritessuta nel racconto soggettivo e nella pratica oggettiva, la “tela dell’identità”  dell’uomo post-identitario è, alla stregua della sua esistenza obiettiva, soggetta a una stabilizzazione rinviata sine die. L’ontologia sociale del soggetto è disgregata – “decostruita”, direbbe Derrida – e, con essa, la sua possibilità di essere un’unità discreta e coerente.

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