©AndreaRaffin / KikaPress

Credo che ben pochi dei miei 25 lettori se lo ricordino. Ma molti anni fa, nei mitici Sessanta e per un pezzo dei Settanta, a Sanremo le canzoni in gara si eseguivano due volte. Prima nella versione originale italiana affidata a un cantante nostrano, poi in una versione mista, con qualche parola tradotta e altre no, cantata da un celebre artista straniero che storpiava amabilmente la lingua italiana. Fu così che salirono sul palco del festival Paul Anka, Dionne Warwick, José Feliciano e – udite, udite! – Louis Armstrong.

Questo meraviglioso clima mi è improvvisamente tornato in mente ieri sera quando insieme con Arisa, Tony Hadley, la voce degli Spandau Ballet, mescolando un po’ di inglese con un italiano dal forte accento british, ha intonato qualche strofa di Io sto bene. Così quella che, a parer mio di semplice spettatore, è la più bella canzone del festival, con quel suo andamento da musical, è diventata ancora più bella e ancora più musical grazie alla presenza dei Katakalo.

E visto che i duetti della quarta serata servono a rafforzare le canzoni in gara, una citazione la si deve anche a Enrico Ruggeri che ai Negrita e alla loro canzone ha dato una bella mano.

Una certa delusione invece è venuta da uno dei momenti più attesi, la presenza di Luciano Ligabue. Nonostante l’entusiasmo (che mi è parso genuino) del pubblico dell’Ariston, le cose non sono andate bene. Lungo, lunghissimo, estenuante il gioco della pretesa divistica di scendere tre volte le scale con un Bisio che andava sempre più sopra le righe. Così alla fine è parso non solo breve ma addirittura frettoloso l’omaggio a Guccini con il duetto Baglioni-Ligabue su Dio è morto. Ma visto che Baglioni l’ha pure citata di sfuggita, l’indimenticabile gag di Guccini barista in Radiofreccia, non la si poteva anche far vedere?

 

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A #Sanremo2019 @ligabue_official e @claudiobaglioniofficial cantano “Dio è morto”

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